Silent Running - CineFatti

Silent Running (Douglas Trumbull, 1972)

Bruce Dern in Silent Running, il cult della fantascienza ambientalista – di Fausto Vernazzani.

Sott’acqua è fondamentale rimanere in assoluto silenzio quando un sottomarino non vuole essere individuato dalle navi in superficie. L’assenza di rumore è la condizione primaria per sopravvivere in situazioni di emergenza. Nello spazio parlare di “rumore” è abbastanza strano, l’assenza di aria impedisce al suono di propagarsi, ma la fuga di Freeman Lowell prende il nome della tecnica utilizzata dai sottomarini: Silent Running. In un futuro non troppo lontano dal presente del 1972, la Terra offre lavoro per tutti, ma non bellezza: la natura è stata sradicata, tutti gli animali e le piante trasferite in enormi cupole su navi spaziali in viaggio nel Sistema Solare, in attesa che dalle basi terrestri arrivi il via per la ripopolazione della flora e della fauna sull’ormai arido mondo.

Lowell è l’unico ad interessarsi davvero alle piante e alle piccole creature che vivono della e sulla terra, è l’unico astro-botanico della Valley Forge, una delle navi della flotta, ognuna con numerose cupole da curare. Ma dopo anni e anni di viaggio e attesa, l’ordine che arriva è ben diverso da quello tanto desiderato dal nostro protagonista: distruggere le cupole e far ritorno sulla Terra, dove le astronavi saranno utilizzate per scopi mercantili. Inizia con la rabbia, la noncuranza e un profetico monologo pro-Bruce Dern, la space opera di Douglas Trumbull, Silent Running. Autore degli effetti speciali di 2001: Odissea nello Spazio, Trumbull esordisce alla regia con un film il cui centro non è costituito dal talento che lo ha reso famoso, ma da una storia ed una trama intelligente e sensibile (intitolata dagli italiani come 2002: La seconda odissea per sfruttare quel collegamento).

Un debutto anche per i tre sceneggiatori Deric Washburn, Michael Cimino e Steven Bochco, autori di uno dei grandi classici del cinema di fantascienza, uno che difficilmente verrà toccato dalla Hollywood odierna affamata di remake. Non c’è concitazione, non c’è nessuna corsa, Lowell non è il Logan del film di Michael Anderson, la sua fuga è dettata da un improvviso istinto materno verso le piante che lui ha aiutato a crescere, verso gli animali che ha nutrito fino a quel giorno. La mente di Lowell è dove si svolge tutta l’azione in Silent Running, diviso tra la solitudine e la nostalgia verso i suoi stolti compagni di viaggio che sempre lo han maltrattato, devastato dall’idea di dover vivere solo coi Robot da lui riprogrammati per fargli compagnia, ma allo stesso tempo disgustato dalla sconsiderata umanità, dalla sua involontaria autodistruzione.

La Terra di Silent Running ha dimenticato le nostre origini, trasformando l’umanità in una creatura dedita solo al respirare anziché al vivere e fare esperienze, sentire odori e assaggiare cibi veri e nutrienti (un futuro molto simile e quasi parallelo alla New York di Soylent Green). In poco meno di novanta minuti Trumbull riassume temi ambientalisti e le necessità dell’animale sociale Uomo senza mai annoiare, esplorando anzi in maniera corretta e ben calcolata l’astronave Valley Forge, facendo sfoggio di una regia descrittiva più che abile nello sfruttare il buon protagonista Bruce Dern. Silent Running si regge esclusivamente su di lui, l’Atlante di una sceneggiatura capace di dimostrare come un singolo uomo possa contenere in sé tutta la bellezza e l’orrore dell’umanità intera, un esemplare solo in cui si riassumono le dinamiche, i sogni e le paure di una società intera.

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