The Silent War

The Silent War (Alan Mak, Felix Chong, 2012)

The Silent War: tra dramma e propaganda – di Fausto Vernazzani.

L’esercito popolare di liberazione nel 1949 combatteva contro il partito nazionalista cinese una guerra civile spietata, la cui chiave di volta era nella pagina bianca sul retro delle battaglie più sanguinose, nell’apparente silenzio che riempiva l’aria, dove onde radio e messaggi in codice erano trasmessi giorno e notte. Vincere il conflitto è una questione di vitale importanza, catturare le giuste frequenze fondamentale per sopravvivere, motivo per cui Devil, comandante invisibile dei servizi segreti dell’esercito popolare, invia la sua migliore agente, Zhang Xue-ning, per prendere Luo San-er, accordatore di pianoforti con un udito sopraffino. Un truffatore dietro cui si nascondeva Bing, un cieco dall’orecchio così sensibile da poter camminare semplicemente “ascoltando” il luogo. Inizia così una guerra silenziosa fino all’ultimo segreto, una guerra che porterà via con sé un numero fin troppo grande di eroi.

Sin da subito è chiaro come questo sia un film di propaganda dall’inizio alla fine, non a caso si tratta di una co-produzione tra Hong Kong e Cina, per lo più recitato in mandarino, ma i cui numeri sono così alti da lasciar largo spazio ad aspettative e speranze per l’adattamento del romanzo di Mai Jia, The Silent War. Diretto dal duo delle meraviglie Alan Mak e Felix Chong  (Infernal AffairsOverheard), il film sembra non avere nulla da dire allo spettatore, accecandolo con la presenza d’un intensità tanto vana da esser presuntuosa per l’intera durata della pellicola, ben due ore di plauso al devoto Popolo Cinese, così pieno d’amor patrio dal rinunciare persino all’agognata vista.

Pur avendo nel cast due attori importanti ed eccezionali come Tony Leung Chiu-wai (Bing) e Zhou Xun (Xue-ning), Mak e Chong non riescono a caratterizzare neanche per un istante i loro personaggi, mettendo a nudo il loro principale difetto, fino ad ora tenuto nascosto abilmente. Se in Infernal Affairs e Overheard i protagonisti avevano vita era grazie alla genialità delle situazioni in cui erano coinvolti, eventi e coinvolgimenti ispiratori per attori come Andy Lau, Louis Koo e lo stesso Tony Leung, qui del tutto assenti in favore di un esercizio di stile totalmente fuori dagli schemi fino ad oggi considerati da Mak e Chong. Non fa per loro il dramma, né la Storia (The Lost Bladesman ne è un esempio), il pane quotidiano a cui ci hanno abituato è il thriller, un territorio in cui sanno realmente muoversi.

A poco servono le interpretazioni di Leung e Xun – superiore al primo, vera colonna dell’intero film – se non c’è un vero gancio a cui lo spettatore può aggrapparsi, né un obiettivo così particolare ed interessante che dovrebbe lasciarci l’opportunità di chiederci “chissà come andrà a finire”, tanto meno l’accenno ad un possibile triangolo amoroso. No, Mak e Chong commettono l’errore fondamentale di pensare per un istante che il Cinema sia solo immagini “belle”, un errore da principianti del tutto inatteso da due registi talentuosi, da anni considerati tra i migliori autori di thriller di Hong Kong (titolo non facile da ottenere).

Il salto di qualità lo fa invece Anthony Pun, il fidato direttore della fotografia, la cui bravura si avvia su strade più impegnative, regalandoci gli unici veri momenti di bellezza di The Silent War, con inquadrature e luci tanto perfette da conferire più volte all’opera un tono naturalista sconvolgente. Ma al di là di questo, l’intera epopea pro-Partito segue gli schemi della propaganda fin troppo alla lettera, togliendo il respiro all’immaginazione (una privazione che forse ha colpito anche i due autori) ormai trasformatasi in memoria con il susseguirsi di situazioni così simili tra loro nelle recenti produzioni cinesi. Perché anche in Cina hanno la loro versione dell’americanata.

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