La frode (Nicholas Jarecki, 2012)

La frode: la recensione di Fausto Vernazzani.

Il ruolo dell’imbroglione calza a pennello sugli abiti di Richard Gere, abile truffatore in Chicago, The Hoax ed adesso in Arbitrage, tradotto in italiano con un più comprensibile La frode (Arbitraggio non avrebbe avuto molto appeal).

Nel film d’esordio del produttore Nicholas Jarecki, Gere è Robert Miller, un imprenditore importante e devoto alla famiglia tra i più ricchi del paese, trovatosi tutto ad un tratto di fronte ad un burrone. Investendo tutto il suo denaro in una miniera di rame rivelatasi una patata bollente, è ora costretto a falsificare tutti i conti dei suoi libri di nascosto alla sua collega, sua figlia Brooke (Brit Marling), nell’attesa che James Mayfield (Graydon Carter) acquisti l’intero pacchetto salvandolo dai guai.

La sfortuna sotto forma di un incidente d’auto arriva a destabilizzare l’intero progetto, ormai a rischio di fallimento, e in una fuga d’amore Miller si ritrova vedovo dell’amante Julie (Laetitia Casta), un’artista di cui lui è il mecenate. Per non far scoprire nulla a sua moglie (Susan Sarandon), Miller fugge via con l’aiuto di Jimmy Grant (Nate Parker), innescando una serie di scoperte e segreti svelati che rovineranno una famiglia e, forse, un intero impero economico.

Due filoni narrativi navigano nell’illegalità che di colpo ha preso il sopravvento nella vita di Miller, vendutosi per il bene  della sua famiglia, ma soprattutto di se stesso e dell’onore legato al suo nome, sacrificando l’amore per sfuggire alle mire del Detective Bryer (Tim Roth).

Jarecki scrive un film concentrato sul suo protagonista principale, sulle sue manovre per sfuggire alla realtà dei fatti e sulla lenta putrefazione del suo essere, visto all’inizio ed alla fine del film come una persona buona, la cui “vittoria” nella vita era sempre stata condivisa con i più deboli. Ed è al personaggio di Gere, in una interpretazione ottima come non lo si vedeva da anni – tant’è che si parlò di Oscar -, che la regia si sacrifica rimanendo incollata sul suo viso, seguendolo passo passo senza lasciarlo mai, neanche nelle scene in cui non compare, perché le sue tracce sono lì, il suo nome non manca mai.

È dunque un debutto interessante, anche se mette troppo in secondo piano la figura stessa dell’autore, riuscito però a dirigere un cast eccezionale cancellando dai libri il loro status per trasformarli in semplici burattini al servizio di un Dittatore seduto dietro la macchina da presa.

Sarandon e Roth occupano lo schermo con talento, non si impongono, restano vicino al muro per dar spazio a Gere. Ma si distinguono anche i più piccoli comprimari come la Marling (un acquisto nato dallo sci-fi Another Earth) e l’ottimo Parker, personaggi credibili dal primo all’ultimo  Qualcosa però è assente e dopo una visione de La frode perde fascino e scivola via dallo spettatore, lasciando dietro di sé le sole tracce di Richard Gere e il ricordo della sua persona sulla cover di Forbes (nel film ovviamente), dandoci così la giusta idea dietro l’opera di Jarecki: nulla conta se non Miller.

È forse per questa ossessiva centralità che la strada per gli Oscar sembrava spianata all’idolo delle donne negli anni Novanta, ma mai come in questo 2012 si sono visti tanti film sparire dalla lista dei favoriti nel giro di pochi mesi e poche righe delle giuste testate. Fatto sta che La frode, uscito in sordina in Italia la scorsa settimana, è un buon film ed un biglietto da pagare se l’è guadagnato.

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