di Francesca Fichera.
La magia del cinema è un evento che si attende sempre con trepidazione. Di essa si sa con certezza che esploderà ancora, ma non si sa quando. Ebbene, Closed Curtain di Jafar Panahi e Kamboziya Partovi è levento magico della Berlinale. Con lui prende fuoco la miccia già accesa da Paradise: Hope di Ulrich Seidl e divampa lincendio del capolavoro, precisamente a metà strada fra consapevolezza del mezzo e del linguaggio cinematografici e una più empatica vocazione allintrospezione e allespressione spirituale.
In Closed Curtain tutto è molto più di ciò che sembra: un uomo (K. Partovi) che tiene nascosto il suo cane per salvarlo dalla strage in corso nel paese e, nel frattempo, mette mano alla sceneggiatura di un film; una fanciulla (Maryam Moghadam), introdottasi dimprovviso nella sua abitazione, con manie suicide e modi strani di apparire e scomparire; ladri, o forse spie, o forse soldati, che mettono a soqquadro la casa per portare via con sé pochi oggetti; un regista e i suoi amici; il mare.
Ispirandosi allesperienza della sua detenzione e, nel contempo, sfidandola dallinterno, Panahi – aiutato dal fedele Partovi, sceneggiatore del precedente The Circle – distrugge barriere ostili e allapparenza invalicabili con la sola forza dellarte. Quella allo stato puro. Il suo è un canto in bottiglia che percorre loceano, lo stesso su cui il suo occhio assuefatto alla solitudine indugia con indescrivibile malinconia, in inquadrature dalla fissità e luminosità struggenti che se non tolgono il fiato fanno almeno sì che lo si trattenga. Poiché quello che pulsa in Closed Curtain, più della rappresentazione nella rappresentazione (lampante esempio di meta-cinema) e della messa a nudo di un processo creativo fra i più belli e coraggiosi mai portati avanti; ciò che pulsa in Closed Curtain è lo spirito di uomo, duramente provato da una delle più orribili costrizioni che la mente umana potesse concepire, in continua lotta fra razionale, paurosa rassegnazione ed impulsiva, irruenta voglia di reagire.
Di spalancare le tende, di far entrare la luce, anche se per poco, anche se attraverso le grate.

Un pensiero su “BERLINO63: Closed Curtain (Jafar Panahi e Kamboziya Partovi, 2013)”