Vic and Flo Saw a Bear

Berlino63: Vic and Flo Saw a Bear (Denis Côté, 2013)

Vic and Flo Saw a Bear: c’è del marcio in Canada – di Francesca Fichera.

Vic (Pierrette Robitaille) è un’ex detenuta in riabilitazione. Ha la faccia simpatica e un po’ buffa di chi copre con la maschera della dignità un indescrivibile cumulo di dolore e brutti ricordi. Il suo assillo, oltre alle cose passate, è la presenza costante di Guillame (il bel  Marc-André Grondin), cui spetta il compito di accertarsi del buon reinserimento della donna in società. Soprattutto quando arriva a darle man forte la sua compagna di cella e (si spera) di vita Florance (Romane Bohringer).

Conturbante e impulsiva, al contrario della sua più anziana e insicura consorte, Flo ha tanti progetti per il futuro quanti sono i suoi conti ancora aperti con il passato: un tempo che si ripresenta nella maniera più subdola e meschina che si possa immaginare, taglio netto al clima grottescamente comico e sereno irrorato dal racconto in immagini di Denis Côté.

Vic + Flo Saw a Bear reca qualche indizio del suo andamento nei palpitanti titoli d’apertura, caratteri rossi e cubitali sovrimpressi sulle caviglie svelte di Vic e sull’asfalto di una nuova via che è anche nuova vita. Oppure no.

Côté, regista canadese con molti documentari e poca fiction all’attivo, ci riprova con la seconda, e non senza qualche dubbio nell’intenzione e nella forma. La sua cruda storia sull’irreversibilità del destino umano è più retorica che vera, più stramba che lineare, più forzata che naturale. E i personaggi principali di Vic and Flo Saw a Bear, ben caratterizzati e interpretati – specialmente l’affascinante Flo della Bohringer – non bastano a riequilibrare le parti del tutto. Anche perché, nella maggior parte dei casi, spuntano nel bel mezzo del nulla senza  una minima spiegazione, che lo spettatore attende invano per tutta la durata del film trovandosi poi costretto, in conclusione, ad abbozzarla da sé.

Nell’estenuante ricerca di un simbolo, Côté dimentica di porre le basi sostanziali per la costruzione mentale di quel senso necessario alla sua esistenza: prepara l’involucro dando per scontato che chi guarda non voglia sapere cosa c’è dentro.  E invece vuole, e finisce col rimanerne deluso perché non c’è niente. Solo un repentino cambio di toni atto a significare la cattiveria del caso, la banalità del male, l’eterno ritorno del tempo che fu che va a spezzare ogni possibilità di riscatto, ogni passo calcato su un nuovo terreno. Cose già dette con modi già usati di dirle.

Eppure, e non chiedetevi perché, Vic and Flo Saw a Bear ha vinto il premio Alfred Bauer per le ‘nuove prospettive’. Una storia, in un certo senso, vecchia come il mondo.

 

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