Paradise Hope

BERLINO63: PARADISE: Hope (Ulrich Seidl, 2013)

BERLINO63: PARADISE Hope – la recensione di Fausto Vernazzani.

Il Paradise per l’austriaco Ulrich Seidl è un luogo inimmaginabile: tentare di raggiungerlo è possibile solo tramite amore, fede e speranza.

Inteso inizialmente come un unico film, piano piano il concetto di Paradiso di Seidl si è trasformato in una trilogia con protagoniste tre donne di un’unica famiglia: Teresa cerca l’amore attraverso il sesso in Kenya in Liebe, la sorella Anna Maria si concentra sul Dio in Glaube, la figlia Melanie tenta di dimagrire e di conquistare il cuore del Dottore in Hoffnung. Tre storie parallele, con un nodo tagliente ad unirle. Presentati il primo a Cannes, il secondo a Venezia ed il terzo a Berlino, sono una raccolta straordinaria da storia del Cinema.

Paradise Hope parte con la tredicenne Melanie alle prese con i primi giorni Campeggio Dieta: conosce le sue compagne, gli insegnanti di ginnastica, la privazione del gusto, ma, soprattutto, il Dottore del campo. Probabile che tra lui e lei ci siano quarant’anni di differenza, ma qualcosa scatta, il cuore di lei batte per nello stetoscopio di lui, causandogli delle vibrazioni che potrebbero portare a qualcosa di imperdonabile.

Tensione erotica, umorismo nero e camera fissa contraddistinguono questo ultimo capitolo della trilogia, capolavoro di tecnica ed intelletto, nonché di recitazione (Melanie Lenz e Robert Lorenz sono straordinari in ogni singola inquadratura, in ogni singolo sguardo), la cui assenza di colore non fa altro che dare maggior carattere all’intera pellicola.

Edward Lachman e Wolfgang Thaler colorano il campo quasi interamente di bianco – il preferito della loro tavolozza – i vestiti delle ragazze non sono mai di colori tanto accesi da spiccare, esistono nella loro veridicità al fine di mantenere l’aggancio con la realtà, fornendo anche un ottimo stacco con la scena di “speranza”: Melanie si fa seguire dal Dottore nel bosco, a dominante verde, vicino al lago, mettendo in atto uno scontro di intenti che fa scintille, pur rimanendo statica l’inquadratura. L’amore innocente di lei, ancora lontana dall’idea di Liebe di sua madre Teresa, le pulsioni di lui, cosciente del pericolo dei suoi pensieri, si uniscono pur non venendosi mai incontro.

In concorso anche alla Berlinale, ci si augura un premio che segni la bellezza e la poesia del Paradise Hope di Ulrich Seidl, regista ormai salito nel giro di un solo anno (e ben tre film) nell’Olimpo dei maestri del cinema europeo.

 

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