Il bambino con il pigiama a righe (Mark Herman, 2008)

di Francesca Fichera.

Olocausto” – dal greco  ὅλος (intero) e καίω (bruciato) – è un termine che fa riferimento ad un’antica pratica rituale di stampo religioso: una cerimonia dove, per l’appunto, l’animale prescelto veniva completamente arso per essere poi offerto in sacrificio al dio di turno. “Shoah“: in lingua ebraica sinonimo di “distruzione”, “catastrofe”.

Una volta chiarite queste basilari differenze, etimologiche solo all’apparenza, possiamo proseguire nell’analisi di uno dei tanti film dedicati all’indicibile orrore che ha spaccato in due il XX secolo. Alla Shoah di cui sono stati vittima all’incirca due terzi di tutti gli ebrei d’Europa. Perché parlare di sacrificio ci sembra ingiusto, oltre che improprio, in assenza di vere divinità (sebbene più d’un regista ne abbia ipostatizzato l’ascesa e la caduta, a cominciare da Visconti). E perché non v’è spirito nella ritualità di un tale scempio: solo l’assurda sistematicità di una serie di schemi applicati ad opera di una mostruosa mente collettiva, su cui ancora ci si interroga stringendosi fra le spalle.

Il bambino con il pigiama a righe di Mark Herman è come tutte le altre opere cinematografiche della sua specie: di fronte ad un paesaggio storico così pesante, può soltanto limitarsi a mostrarne una parte, dal suo specifico punto di vista, che sia un’altura o un bassopiano. Siamo distanti dalla finta (irripetibile) leggerezza di Ernst Lubitsch (Vogliamo vivere!, pietra miliare), dalla coinvolta e coinvolgente retorica in bianco e nero di Steven Spielberg (Schindler’s List), come pure dalla lezione di vita (che è bella) di Benigni. Per citare alcuni fra i colleghi più noti, naturalmente.

Con gli occhi dell’inglese Herman, autore di quella piccola perla che è Grazie signora Tatcher, vediamo il già visto in modo diverso, forse anche e soprattutto grazie alla storia dell’irlandese John Boyne (autore del romanzo omonimo), che funge da originale telaio alla composizione. Una fiaba nera, ma solo perché ha lo sguardo lucido e diretto dei bambini, gli stessi che ne sono protagonisti assoluti, la cui innocenza violata è una delle colpe più immense e imperdonabili della Storia. Una di quelle che la mente umana, probabilmente incapace di reggere, tende a rimuovere. Ed è nera perché priva di lieto fine per i “buoni” – da un lato e dall’altro del filo spinato, senza paradossi – e si risolve in un solo urlo tragico che fissa in sé l’ineluttabilità del destino, delle conseguenze di un odio mosso da lucida follia. Che come macchia d’olio si spande, superando ogni barriera, ogni simbolo fisico ombra di un’idea.

La regia di Herman insiste sul concetto di rigidità degli spazi chiusi, di divisorio, di linea che spezza: la casa ariana di Bruno (Asa Butterfield, sopravvalutato bambino dagli occhi rari) è un apparato di rette e diagonali che riproduce la gelida razionalità di chi la abita, compresa la giovanissima Gretel – un’adepta della Gioventù Hitleriana ben caratterizzata da Amber Beattie – e ad eccezione, ovviamente, del curioso e ribelle secondogenito, in grado di guardare al di là del proprio naso… e del proprio giardino. Fumano i tetti di strane costruzioni, in lontananza ma non troppo, e Bruno si lancia nel verde per capire l’origine di quelle nuvole – e, scoprirà poi, di un cielo intero di dolore. Lì, alla fine del sentiero, la prima vera linea di separazione della sua vita ancora acerba: quel filo ostile che lo separa dall’amico Shmuel (Jack Scanlon), “il bambino col pigiama a righe” del titolo. Il quadro allora si divide esattamente in due parti, per poi ricostituirsi nel dialogo fra campo e controcampo, fra due menti libere a discapito dei corpi, e poi insieme con quelli. Ulteriore prova del fatto che il Male in quanto tale corrisponde a qualsiasi tipo di forza, mascherata, meccanica e incolore, che rompe gli abbracci di coloro che si vanno incontro.

Il prossimo 27 gennaio va ricordato anche questo.

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