Ernest et Célestine (Stéphane Aubier, Vincent Patar e Benjamin Renner, 2012)

di Francesca Fichera.

“Vi siete mai chiesti che fine fanno i denti da latte dopo che i topolini sono passati a prenderseli?”. Sceneggiando Ernest et Célestine, film animato diretto da Stéphane Aubier, Vincent Patar e Benjamin RennerDaniel Pennac prova a rigirare la domanda al pubblico proponendo, nel contempo, la sua personalissima versione dei fatti.

Célestine – doppiata in Italia dalla scialba Alba Rohrwacher, che dietro al microfono riesce addirittura a piacere – fa parte, appunto, della folta schiera di “fate dei denti”, sempre pronte a raccattar molari dai guanciali dei più piccoli abitanti del “mondo altro”. Ma a cosa servono quei dentini? Dove finiscono, una volta presi? Il luogo c’è, ed è un’enorme società sotterranea completamente gestita da topi: topi consapevoli di essersi fatti (letteralmente) strada nel mondo proprio grazie ai loro incisivi, un tesoro inestimabile che va salvaguardato nel tempo, onde evitare che anche l’ultimo dei roditori ne rimanga privo. Le “fatine dei denti” lavorano perciò in superficie, alla continua caccia di denti sani e forti che valgano come ideale rimpiazzo degli “attrezzi del mestiere” più consumati e instabili. E il saccheggio avviene ai danni del popolo più odiato da parte dei fierissimi ratti: gli orsi. Un esercito di creature grandi e grosse, che hanno fatto della propria stazza l’elemento portante del successo e del potere, dipinte come mostri dalla credenza topolare e viste come minaccia suprema, nemico assoluto, risorsa da sfruttare ma da tenere a distanza più che debita.

Célestine però si lascia un po’ fuori da tutto questo, preferisce disegnare, pur se a scapito della sua ricerca di protesi perfette e con il rischio incombente di una scomunica da parte dei suoi concittadini. E poi un giorno incontra l’orso ghiottone Ernest (un outsider come lei, con la simpatica voce di Claudio Bisio), ed ogni cosa cambia. Da lì parte la rocambolesca avventura dalle tinte acquerellate (grazie alle belle immagini di Gabrielle Vincent) di questi novelli, teneri e inconsueti Giulietta e Romeo. Lei minuscola, lui enorme, eppure uguali nel loro modo di guardare all’insieme del mondo, delle cose importanti, senza volerlo per forza dividere in fazioni o schieramenti. Perché chi lo fa, convincendosi di opporsi realmente a qualcosa, da quel qualcosa che combatte si distingue a stento, perché ne riproduce modi, movenze, principi.

Nell’amore e nell’odio si è identici. La lezione di Pennac, passata per il bel film d’animazione di Aubier e Patar, mostra con delicatezza entrambe le possibili vie. E ci dice – con grazia e senza strafare – cosa succede quando si opta per la prima, che, come direbbe Adorno, rappresenta la vera libertà: quella del sottrarsi alla scelta prescritta fra Bene e Male. Al di là di ciò che si crede e, soprattutto, di quel che si teme. Un film d’animazione, insomma, che nutre gentilmente l’anima: un dono che la Sacher di Nanni Moretti ha fatto all’Italia, dando giustizia al Natale delle sue sale cinematografiche.

 

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