ROMA7: Aspettando il mare (Bakhtyar Khudojnazarov, 2012)

Aspettando il mare… inutilmente – di Fausto Vernazzani.

Secondo Marat trainare una barca arenata in un mare prosciugato può essere un modo per ritrovare l’acqua scomparsa. Un’azione stupida, ma pur sempre un’azione, è l’unico modo, secondo il regista tagiko Bakhtyar Khudojnazarov, per agire in un mondo in cui tutte le cose sono immobili.

Questo è quel che ha dichiarato con tanta passione nell’intervista, una serie di motivazioni vacue per cui il Capitano d’un peschereccio affondato dovrebbe essere visto come una figura positiva nella sua stranezza e forse, perché no, follia. Aspettando il mare è l’inizio che noi ci aspettavamo, strano ed esemplare come vuole la tradizione di casa Müller, pronta a sorprendere con quello che si è rivelato un passo falso non indifferente.

Se tanta attenzione viene data ai film d’apertura è proprio per l’importanza di un inizio folgorante che ispiri la platea e la convinca ad acquistare i biglietti d’una selezione sensazionale o quanto meno interessante: non è in alcun modo il caso di Aspettando il mare.

La storia racconta di Marat, capitano d’un peschereccio incarcerato in seguito alla morte del suo equipaggio e di sua moglie, affondati insieme alla barca in un mare che negli anni è stato destinato a scomparire nel nulla. Di colpo un paese di mare si trasforma in una landa desolata dove tutti improvvisano un nuovo mestiere, cammelli e cavalli pascolano nel terriccio arido del fondo del mare che fu, i cui ricordi e navi reclamate sono ora esposte al caldo torrido.

Credere è tutto ciò che rimane a Marat, ritornato nella sua casa d’un tempo per trainare la barca verso il mare, a dispetto di chi come il suocero, l’amico Balthazar e la cognata Tamara di lui innamorata, gli hanno sconsigliato di intraprendere quest’impresa folle. Una missione che ricorda le assurdità dei film di Kusturica, i quali avevano però un significato ben più profondo del semplice “compiere un’azione”, implicazioni politiche e filosofiche son lontane dalla pellicola di Khudojnazarov.

Aspettando il mare è piatta e stagnante al punto da poter essere accusato d’esser colpevole d’aver fatto svanire il mare, o anche ricomparire come nei terribili effetti speciali realizzati in un finale che delude e conferma l’attesa vana a cui si è sottostati per l’intera durata del film.

Si possono pensare a dei paragoni con mondi post-apocalittici come la banda del figlio di Balthazar, Yasan, guerriero del deserto quasi come fosse un novello Mel Gibson del cult Mad Max, criminale che infesta il mare che non c’è, o anche il sogno del Klaus Kinski di Fitzcarraldo, ma tutto questo è assente: l’ispirazione arriva da altrove, un altrove che non trova riscontro nelle immagini proposte e propinate con fare deciso nonostante la mancanza di un’identità filmica ben delineata.

In poche parole, cast notevole a parte guidato dal protagonista Egor Beroev (Marat) e dalla bella Anastasia Mikulchina (Tamara), di Aspettando il mare si salva poco e combina il guaio: apre lo spettatore ad una serie di quesiti resi ancor più confusi con citazioni bibliche discordanti con le immagini, sparate con tono d’accusa e non come esplicazione del dubbio, ormai consolidato, dello spettatore di fronte al finale peggiore che ci si potesse immaginare.

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