Non ti muovere (Sergio Castellitto, 2004)

di Francesca Fichera.

Prima di farsi stroncare da una parte della critica e del pubblico con La bellezza del somaro, Sergio Castellitto, caratterista dell’isteria e dell’occhio vitreo, si cimenta nella regia di Non ti muovere, traendo spunto dall’omonimo romanzo della moglie Margaret Mazzantini.

Di quelle pagine, che pur si fanno leggere in maniera sufficientemente scorrevole, il film eredita l’essenza, un fondamentale senso del morboso e del feticcio che fin troppo di frequente viene associato alla parola “amore”. Del resto non sarebbe troppo corretto caricare la sola opera di Castellitto – e, con essa, il libro a cui è ispirata – della generale (e forse infantile) tendenza al fraintendimento dei sentimenti. O, semplicemente, di un accanimento romantico senza ragioni apparenti né soluzioni. Perché fra romanticismo e sentimentalismo, lo diceva anche Fitzgerald, la distanza è molta. E dunque sia ben chiaro che, in Non ti muovere come in altre narrazioni ad esso affini, di amore con la maiuscola se ne troverà ben poco. A parte le sue declinazioni e/o distorsioni.

La prima di queste si riscontra in Timoteo, interpretato dallo stesso Castellitto, figura di padre snaturato che rigetta le sue mal sopite frustrazioni, derivate da segreti inconfessabili, sulla figlia Angela (Elena Perino). Finché la ragazza non rischia di morire in un incidente stradale. E allora cambia tutto. Timoteo è un chirurgo, ma si rifiuta di sollevare un solo bisturi per tenere l’anima di sua figlia attaccata alla Terra. Mentre attende il progredire del destino, accelerato dal terrore e dal trauma, l’immagine di una donna seduta al centro di un piccolo incrocio lo riporta indietro. E il ricordo entra letteralmente dalla finestra.

Una prolungata serie di flashback schiude progressivamente il cuore nero di Timoteo. Nel nucleo, la trascorsa liaison extraconiugale con una donna minuta e sciatta, violentata e poi – contro qualsiasi legge narrativa della verosimiglianza – amata ai limiti della follia. Italia, si chiama, e le presta il volto una straordinaria Penélope Cruz, probabilmente la cosa più tangibile e coinvolgente dell’intero racconto. L’unico pezzo di realtà. Volutamente imbruttita da un maquillage che ne accentua difetti e tratti somatici, la Cruz/Italia dà vita alla sola parvenza di umanità di Non ti muovere: una solitudine sporca e vessata, dimenticata dal mondo come se ne fosse lo scarto, il ripostiglio impolverato e sempre chiuso. Eppure, e forse proprio per questo motivo, punto irradiante di forza, reazione e passione. Come avrebbe fatto nella vita vera, il personaggio di Italia fa girare la sorte, la agita, la sconvolge. E la sua elettricità finisce col passare anche attraverso il millimetrico recinto della sceneggiatura firmata Mazzantini (che pur s’aggiudica il Nastro d’argento). Il suo italiano, masticato al punto giusto, invia scariche di energia ovunque. Reinventa e rinvigorisce il libro, illuminando il film che ne è tratto. E facendo brillare Castellitto di riflesso.

Così, se da un lato c’è un lieto fine raccontato male, ostinata esposizione di una scarpa rossa che, come si dice di solito in questi casi, è tutto quel che rimane, dall’altro la tragedia è stillata a gocce via via più grandi. Come le lacrime quando si fanno più mature. E dunque non si piange per l’uomo e la donna ostacolati dal caso, né per ciò che è andato male. A far paura sono «gli alberi, i cani, i fiumi» e tutta la bellezza che una persona, sparendo, porta via con sé. Quella è l’ultima, folgorante scarica elettrica: l’eterna impronta di una mancanza.

Poi Vasco Rossi si mette a cantare, e il senso non c’è più.

 

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3 pensieri su “Non ti muovere (Sergio Castellitto, 2004)

  1. Ho visto il film, bello, e bellissimo il tuo commento. Ma devo dire che il libro mi ha emozionato di più e mi ha fatto meglio comprendere i personaggi e le loro problematiche.

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    1. Il libro è un validissimo sostegno all’approfondimento dei personaggi (anche) del film. In sostanza, come dico nella recensione, si assomigliano per il medesimo tasso di morbosità presente in entrambi.
      Almeno la pellicola ha il pregio di essere più o meno scorrevole, per i dettami dello stesso linguaggio filmico, mentre il romanzo lo trovo incespicante, singhiozzante, e non saprei dire oltre.

      Comunque grazie per i complimenti e per l’attenzione, sei una delle nostre lettrici più affezionate! :)
      – Fran

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      1. grazie a te che ci metti passione in quello che fai e mi fai aiuti a capire ed approfondire ciò che mi affascina, baci. tvb

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