The Amazing Spider-Man (Marc Webb, 2012)

Recensione a quattro mani per il pessimo ritorno dell’uomo ragno in The Amazing Spider-Man – di Francesca Fichera e Fausto Vernazzani.

“Se non sai uscire dal tunnel, arredalo”. Un adagio che calza molto bene ai tempi che corrono, a coloro che vi stanno scrivendo in questo momento e anche all’esperienza di The Amazing Spider-Man. Perché l’unico modo per non subire passivamente una simile delusione è inventarsi qualcosa in grado di renderla divertente.

Cammini qua e là tra una poltroncina e l’altra per prendere il tuo posto, ormai convinto che non si deve giudicare male una seconda visione della creatura Marvel solo per la distanza d’uscita con la precedente e, dunque, ti lanci verso una quarta versione filmica di Spiderman, finalmente sulle origini dell’eroe (ma davvero credono ci siamo già dimenticati che le raccontavano anche nel “primo”?). Un Peter Parker dal fisico solido e slanciato – quello di Andrew Garfield – che, per quanto riguarda Fran, non fa di certo rimpiangere la faccia d’ortaggio di Tobey Maguire (ma il suo contorno, quello sì). Brillante, ben calato nella parte, ma senza quell’ironia caratteristica della trilogia di Raimi: lo studentello Parker è, per il regista Marc Webb e compagnia, un supernerd, genio della fisica e della matematica che, nel giro di dieci minuti di tempo filmico, riesce a risolvere un’equazione colpevole d’aver dannato per vent’anni (di tempo della storia) la vita dei suoi genitori e del loro collega e amico Curt Connors (Rhys Ifans). Dannato perché? Insomma, che cosa succede? Peter Parker è abbandonato da mamma e papà in casa con Zio Ben e Zia May, due vecchietti rispettabili fuori dal film (Martin Sheen e Sally Field), ma all’interno un po’ come dei nonni simpatici solo quando cucinano maccheroni al forno. Tuttavia pare che il team Webb abbia scelto la via della fedeltà e, per rispetto al fumetto, elimina l’antipatica Mary Jane per una più facile storiella adolescenziale con la bella Gwen Stacy, una Emma Stone bionda e senza la benché minima profondità, se non nei sogni erotici di Peter Parker (e perché no, anche di Garfield).

Erotismo a parte, la dannazione esistenziale si realizza e si complica nel momento in cui, grazie a una serie di circostanze legate alla soluzione del famoso algoritmo di genetica, lo scienziato pazzo di turno, Connors, si trasforma in uomo-lucertola, un mostro con l’espressività dei GOOMBA di Super Mario Bros e dalle inquietanti tendenze maniaco-sessuali – memorabile la scena in cui, aggirandosi per le fogne, scorge una “compagna” lucertolina sulla sinistra e si fa sfuggire l’esclamazione “è bellissimo”… WTF?! Pochi minuti dopo troviamo il suddetto Connors gemere rumorosamente mentre si sbatte per terra circondato dai liquami, ed il collegamento con l’incontro precedente è istantaneo: Rhys Ifans ha accettato di fare una scena zoofila, molto violenta e cruda, un probabile stupro di una piccola lucertola innocente e forse illibata. Questo potrebbe essere il motivo per cui Lizard andrebbe considerato un vero cattivo da comic movie, l’unico sentito, dato che oltre a ciò tutto il pericolo di questa lucertola, secondo Spider, non è altro che un raptus su di un ponte con poche vittime. Ciò è sufficiente per Parker per sparare la dichiarazione “Fermati, ragiona, sei un pericolo!”. Basta così poco per trasformare un rettile in un temibile pazzo spericolato? L’atto maligno, telefonatissimo, viene descritto dopo. Un errore di tempistica abissale. A quel punto, non sai se utilizzare la ciotola dei pop-corn come tamburo rudimentale, addormentarti (ben celato dagli occhialini, il risvolto positivo dell’aver speso 10 euro di biglietto, :lol: ) o metterti a ridere pensando che Lizard, quando ritorna nel suo sé di Dottor Connors, sperimenta nuove soluzioni di marketing portando in faccia l’ultimo modello di borsa pitonata con griffe. Roba da urlo, ve’?

Lasciatevi quindi incantare da un blockbuster con davvero niente di nuovo, le cui caratteristiche sono così insignificanti da non aggiungere nulla a quanto era già stato mostrato. Da uno che si chiama Webb, ed ha una ‘B’ in più rispetto alla ragnatela normale, c’era l’aspettativa di vedere dell’altro: non solo più minuti (è interminabile), ma un minimo d’emozione, di esplorazione dei personaggi. Alla fine c’è solo una cosa da fare: prendere i DVD dei primi due Spiderman Made In Raimi e riguardarli sognando di spaccare la faccia a Tobey Maguire, mandare a quel paese Mary Jane e scappare da dei veri cattivi, quelli con la C maiuscola. Ché qui c’è soltanto una ‘b’, minuscola, al posto di “banale”.

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