Abduction (John Singleton, 2011)

di Fausto Vernazzani.

C’è paura nell’aria, ho questa sensazione. Sul set dei vari film della saga di Twilight c’è la paura di rimanere bloccati in quei ruoli. Kristen Stewart gira film (semi)impegnati e passeggia sul red carpet di Cannes e dall’altra parte brandisce una spada per combattere contro la regina malvagia del mondo di Biancaneve. Robert Pattinson, per evidenti questioni di marketing, scende in campo con Cronenberg, prima sua fuga dal mondo dei vampiri ad avere successo (il suo Salvador Dalì è meglio dimenticarlo), Kellan Lutz combatte dividendo il set con l’onnipresente Samuel L. Jackson e, infine, c’è Taylor Lautner, il quale, come la protagonista, è forse l’unico del cast principale (ricordiamo tra i secondari Dakota Fanning e Cameron Bright) ad avere avuto una carriera precedente e si sarà detto: è l’ora di distruggerla. Così nacque Abduction.

Nathan Harper (Lautner) è il classico ragazzo spericolato che si ubriaca, gira senza maglietta (è un’abitudine) nei giardini altrui, s’innamora della bella vicina di casa Karen (Lily Collins) e ha la tipica famiglia americana, col padre Kevin (Jason Isaacs) che, come ogni buon genitore fa, lo pesta a sangue per insegnargli la boxe, e la madre Mara (Maria Bello) è la classica mamma che cucina e basta. Un giorno Nathan scopre di non essere figlio dei suoi genitori – un genio, non ha praticamente un solo tratto comune con i due caucasici – e comincia a indagare. Risultato? Di colpo si trova ricercato dalla CIA (Alfred Molina), dal tipico russo (Michael Nyqvist) e dalla sua psico-terapeuta che si rivela essere un’ex-agente (Sigourney Weaver), il tutto per dei codici che in realtà non aveva mai avuto. Tutto molto classico e tipico, ripetiamolo.

Sottotitolo poteva anche essere Buchi di sceneggiatura, e qualcuno se ne deve essere accorto, dato che lo sceneggiatore Shawn Christensen, a detta del web, ha un’agenda parecchio piatta. Un film che in pratica non ha senso, il cui elemento scatenante non è mai appartenuto al protagonista, la cui identità non si capisce perché sia tanto importante, eppure tutti lo vogliono, tutti lo cercano e lui decide di indossare una giacca di pelle, fare tutti gli stunt da solo – perché così non è solo il puzzolente licantropo, ma anche un ottimo atleta. Potevamo sopravvivere anche senza quest’informazione, ma secondo il regista John Singleton (maestro del mediocre e dell’orrendo) era ragione più che sufficiente per realizzare Abduction, diretto coi piedi, illuminato con le ginocchia (Peter Menzies a cosa ti sei ridotto) e scritto con… lasciamo perdere cosa. Il lato positivo? Gli attori ovviamente, ognuno degli adulti appartiene a quell’eccellente casta sottovalutata, con in testa Molina, Weaver e Isaacs, ma anche un fin troppo silente Nyqvist, che dopo il Millennium svedese sembra non aver guadagnato la stessa stima di Noomi Rapace.

Se fate parte dello schieramento Jacob o al clan dei fan di Twilight potrà risultarvi simpatico vedere Lautner tentare di farsi una carriera come star del cinema d’azione, altrimenti l’unico motivo possibile è lo stesso che ha spinto me a vederlo: dal titolo credevo fosse un film di fantascienza e, a queste cose, io non so resistere, ma come avrete potuto capire sono stato tratto in inganno. Del resto “abduction” tradotto vuol dire qualcosa come “portato via”, il più delle volte riguarda però rapimenti alieni e nessuna di queste due cose ha a che fare con la trama. La domanda sorge dunque spontanea: ci hanno preso per i fondelli di proposito perché sapevano quanto orrendo fosse questo film? Temo che la risposta sia proprio sì.

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