Oltre le colline - CineFatti

Oltre le colline (Cristian Mungiu, 2012)

di Elio Di Pace.

Tra le innumerevoli assurdità che la pur veneranda Natalia Aspesi (giornalista de La Repubblica. ndr) ha avuto la sfortuna di annotare nel suo piccolo articolo di fondo post-Cannes, c’era una stramba invocazione di non si sa quale ricambio generazionale cinematografico, a sfavore di Haneke, Garrone, Loach e Mungiu che, a detta della autorevole giornalista, avendo già vinto tutti pochi anni prima, avrebbero dovuto essere riconsiderati in maniera più critica dalla giuria presieduta dal nostro amatissimo Nanni Moretti. Come se, poi, il Festival di Cannes sia qualcosa di distributivo. “Eh, no, tu hai già vinto, stavolta passi”.

Mi fa un po’ rabbia questa cosa. Voi tutti, lettori ma anche amici del CineFatti Staff, forse sapete quanto io abbia amato Cosmopolis di Cronenberg, e quanto io tifassi per il maestro canadese, nonostante la sindrome di Stendhal provocatami dall’incoronato Amour. Eppure, non avrei saputo immaginare una premiazione più meritoria. Quando ha vinto The Angels’ Share sono saltato dalla sedia, tanta era la gioia. In giro si è detto – io purtroppo non l’ho visto – che il miglior film in concorso sia stato Holy Motors di Leos Carax, rimasto a bocca asciutta. Palma o non palma, speriamo in una provvidenziale distribuzione. Ma comunque, tutto questo preambolo bacchettone è per dire che i grandi maestri del cinema contemporaneo non ci possono fare niente se – appunto – sono i più grandi di tutti e fanno i film più belli. Quello di Haneke sega le gambe, tanto è profondo e tagliente, Loach è a livelli di leggerezza insuperabili, Garrone è il nostro orgoglio (scusate se inanella due grandi film uno dopo l’altro).

E poi c’è Cristian Mungiu. Inventore di uno sguardo nuovo, fatto di contemplazione paziente, di delicata perlustrazione, un poeta dell’immagine che sa spaziare – restando fedele al suo stile evidentemente eclettico – dal dramma impietoso all’effervescenza della commedia (la sua ultima presenza a Cannes, dopo la vittoria del 2007, è stata alla Quinzaine con I racconti dell’Età dell’Oro, esilarante collage di storie romene dell’epoca di Ceausescu: se non l’avete visto fate di tutto per recuperarlo).

Il film con cui il maestro dell’Est ha vinto il premio per la sceneggiatura e che è valso alle due attrici protagoniste (Cosmina Stratan e Cristina Flutur) la Palma d’oro si intitola Oltre le colline (Dupa Dealuri in originale), ed è la storia di due amiche che si amano: Alina, dopo un periodo lavorativo in Germania, si reca in un monastero ortodosso sperduto sulle colline per ritrovare Voichita, con cui  ha trascorso tutta l’infanzia in un orfanotrofio. La comunità religiosa acconsente di ospitare la viandante, ma costei mette in difficoltà tutte le strutture morali e letteralmente architettoniche dell’eremo.

Per raccontare quest’altalena emotiva, Mungiu organizza un ventaglio di soluzioni stilistiche semplice ma efficace: studia i quadri di Millet (per gli esterni) e di Rembrandt (per gli interni) e chiede a Oleg Mutu (direttore della fotografia col nome da principe dei Carpazi) di imbracciare la macchina da presa e gettarsi nella mischia insieme alla delirante folla di monache, per poi fare grandi respiri con long take in interni con svelamento poetico finale. A tal proposito, la carrellata che chiude il film è già da considerare antologica. Personalmente, quando l’ho vista, non potevo credere ai miei occhi.

Il film dura due ore e mezza e indubbiamente ci vuole pazienza, ma Mungiu merita di essere ascoltato: scrive bene in tutte le accezioni del termine, sia con la penna che con l’obiettivo, ed è capace di un lirismo a presa rapida cui è difficile resistere. Addirittura, in Italia abbiamo un grande autore che riesce a ottenere gli stessi risultati. Non faccio il nome, altrimenti dite che sono monotono.

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