La mia vita è uno zoo (Cameron Crowe, 2011)

di Fausto Vernazzani.

Benjamin Mee non comprò uno zoo per sfuggire al fantasma della moglie morta da soli 6 mesi. Benjamin Mee non comprò uno zoo per questo motivo. Ma Benjamin Mee era inglese, e si sa che gli inglesi non hanno vite straordinarie come negli USA, specie quei disperati protagonisti dei film di Cameron Crowe. Tutti usciti dalla tragedia, abitanti del fondo del barile che usano la frase “american dream” come scaletta per risalire al top, aggrappandosi ad ogni singola consonante e vocale di questo slogan diventato ormai solo un mito cinematografico. We Bought a Zoo è il risultato della pazzia d’un uomo, d’una serie televisiva della BBC, di un libro omonimo scritto dallo stesso Mee, ex-articolista per il Guardian, divenuto poi nel film una sorta di giornalista avventuriero, sempre pronto a osservare l’occhio del ciclone, ma mai ad infilarcisi per davvero. Questo è ciò che racconta La mia vita è uno zoo, 20 secondi di follia in cui un uomo può dichiarare il proprio amore per la gioia, una fortuna dilapidata per il sogno di riabilitare uno zoo e gestirlo e, ovviamente, riuscirci.

Non è uno spoiler, è impossibile farne con una storia simile, è chiaro come le cose andranno a finire, non è invece deciso come, ma sfortunatamente il buon fautore di compilation musicali Cameron Crowe, non sempre ha per le mani, e nelle mani, la giusta dote registica che ci vorrebbe per trasformare una serena novella in un gran bel film. Cliché su cliché, come c’era da aspettarsi, serie di inquadrature e sequenze prevedibili come l’ordine delle lettere nell’alfabeto, così come le personalità dei vari personaggi: l’eroe, il figlio difficile, la bambina dolcissima, la bella ragazza, il simpatico e il bizzarro. Il problema è che la maggior parte di questi ultimi ha ruoli talmente secondari da non spiccare il volo nemmeno per un istante, pur trattandosi di buoni mestieranti quale Angus MacFayden, barbuto carpentiere, e Thomas Haden Church, protettivo e realista fratello del protagonista Matt Damon. Strano a dirsi, ma Damon, pur avendo francamente stancato nel ruolo del bravo padre, riesce nell’essere naturale a sufficienza, evitando il rischio d’odio puro per la sdolcinatezza delle classiche frasi fatte da film per famiglie. Onore invece a Crowe per aver deciso di inserire nel cast Scarlett Johansson senza voler vendere le sue curve, ma anzi non mostrandole affatto e lasciando solo che la mente dietro quel corpo recitasse, male, ma già è qualcosa.

Senza infamia né lode, non ci s’impressiona per le inquadrature di tigri malate o di magnificenti Grizzly col sole in controluce, la banalità della regia da cartolina mantiene la pellicola coi piedi per terra e tutto ciò in cui riesce, è nello smuovere le tipiche reazioni corporee di commozione ed emozioni chimiche varie. Quel che rivaluta molto We Bought a Zoo è la già nominata capacità di Crowe di creare delle grandi compilation, colonne sonore straordinarie fatte di artisti come Tom Petty, Bob Dylan, Wilco, Neil Young, Bon Iver, la scelta delle note e delle parole giuste, ma anche dei suoni, creati ad hoc da Jónsi, leader della band islandese Sigur Ros, i quali grazie a Crowe ottennero un discreto successo aggiunto con la presenza dei loro brani più famosi nella colonna sonora di Vanilla Sky. Conseguenza delle composizioni di Jónsi è la formazione di un’atmosfera onirica e sognante che estranea e distanzia i sensi dando vita ad un’esperienza affascinante sul finale, evitando di cascare nel barattolo di miele. A conti fatti, a lieto fine giunto, è il caso di dire che l’ultimo film di Cameron Crowe è stato salvato ancora una volta dal suo grande gusto musicale.

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