La sposa turca (Fatih Akin, 2004)

di Francesca Fichera.

Parlando di Fatih Akin non si può non aprire un’appassionata parentesi su quel grandioso film che è La sposa turca. Il titolo originale – Gegen die Wand, “contro il muro” – ridisegna in toto il cuore nero del suo senso: una donna, Sibel (Sibel Kekilli, attrice con precedenti nel cinema porno), metaforicamente addossata a una parete (contro il muro, appunto) per volere della famiglia opprimente e conservatrice. Il fortuito incontro con Cahit (Birol Ünel), turco come lei, rappresenta l’unica, nonché fatale, via di fuga dalla schiavitù del focolare domestico. Accomunati dal tentativo di togliersi la vita, i due si avviano insieme verso la rinascita, sociale prima, sentimentale poi. Ma il Fato – cui si accennava prima -, come in ogni dramma di vita che si rispetti, non perde tempo a manifestarsi. Lo segue la verità, sia in veste di natura – l’umanità ridestatasi tanto nella sposa quanto nel suo dinoccolato ed eccentrico marito “di convenienza” – che nel suo significato più stretto di segreto svelato.

A metà strada fra i due tipi di errore designati da Aristotele nella Poetica, la tragedia de La sposa turca prende forma in maniera inesorabile. Lo sfondo di Amburgo, fotografato ai limiti della saturazione da Rainer Klausmann nel suo frenetico turbinare di colori, cede progressivamente spazio alla crudele maestosità di Istanbul, dove a realizzarsi è un destino ancor più sadico: il ritorno alle origini. In che modo questo viene inteso dal regista Akin ce lo mostra il brevissimo, silenzioso epilogo, dal quale quasi sembra riuscire a soffiare, attraverso lo schermo, un vento nostalgico e dolente. Perfino il complesso di musicanti turchi, inserito da Fatih a mo’ di intermezzo per tutta la durata del film, “appende le cetre” e tace, come insegna Salvatore Quasimodo.

Di questo tagliente ritratto dell’immigrazione turca in Germania, a tratti verghiano (dimostrazione esemplare della cosiddetta teoria dell’ostrica, secondo la quale chi s’oppone alla propria sorte finisce per rimanerne schiacciato), a tratti vicino alle suggestioni multietniche di Kusturica e a quelle del melodramma alla Fassbinder, rimane un groviglio di passione e di corpi, tutto giocato dalla fisicità dei suoi due eccellenti interpreti e dal fluire devastante della narrazione filmica. Una prova del fatto che spesso la Bellezza fiorisce dal tragico. E che, forse, accade anche l’inverso.

Con o senza ma, è una cosa da non perdere.

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