L’Italia non è pizza e mandolino e Nanni Moretti lo ha capito nel ’73

di Alessia Romano

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La goduriosa Sacher-Torte, il cinema, la pallanuoto. Gli amici, la crisi politica, gli amori difficili. Nelle pellicole di Nanni Moretti, romano antiqualunquista, c’è tutta la sua vita, raccontata in uno slalom tra passioni e quotidianità.

Quando Moretti dà il via alla sua carriera da regista l’Italia è nel pieno periodo delle grandi manifestazioni, con cui la voce giovanile stava cercando di ritagliarsi uno spazio decisivo riguardo l’avvenire del paese: nel 1973 il giovane regista dirige il suo primo cortometraggio, La sconfitta , a cui segue Pâté de bourgeois girato, come il primo, con una cinepresa super 8. Entrambi i corti, dai costi irrisori, utilizzano la chiave comica per sottolineare debolezze e avanzare critiche verso elementi tipici della società italiana, messa ora in ridicolo da un giovane ancora misconosciuto. Al mediometraggio del 1974, Come parli frate?, segue il primo lungometraggio firmato Nanni Moretti, Io sono un autarchico  in cui lo stesso regista copre il ruolo di Michele Apicella, personaggio da lui interpretato in altre quattro pellicole. Inaspettatamente Io sono un autarchico conquista il pubblico e quando viene proposto ai festival cinematografici di Berlino e Parigi, suscita interesse nella critica. Ma è con Ecce Bombo che il fenomeno Moretti ha il suo slancio determinante: girato nel 1978 e partecipante al Festival di Cannes, impone definitivamente l’autore all’attenzione della critica. Clamoroso, controverso, cinico, Nanni Moretti scaglia una chiassosa critica al mostro sacro per eccellenza del cinema italiano, l’amato ed intoccabile Alberto Sordi, giudicandolo peccatore di qualunquismo, il cancro della cinematografia nostrana. E’ con Ecce Bombo che le riflessioni del regista riguardo la società e il cinema e le critiche mosse alla politica e ai suoi esponenti confermano il loro ruolo nella ricerca sociologica inaugurata nel 1973 da Moretti, che si conferma critico, prima che creatore.

Gli anni ’80 sono quelli di Sogni d’oro, suo primo lungometraggio in 35mm, di minor impatto rispetto i precedenti. Con Bianca, La messa è finita e Palombella rossa, Moretti veste i panni di personaggi ossessionati da un perfezionismo al limite con l’intolleranza. La stessa carica critica del regista è insita nei suoi personaggi che si rivelano abili osservatori, irrequieti spettatori ed ispettori di una realtà che diventa materia di analisi in ogni sua piccola espressione quotidiana. I personaggi morettiani degli anni ‘80 non hanno certezze, non sono capaci di sostenere con forza le proprie argomentazioni, non hanno  possibilità di creare rapporti affettivi, o semplicemente non li ricercano. Così la crisi politica diventa quella personale, la perdita di identità della sinistra italiana coincide con quella dei suoi personaggi. La critica amara alla società italiana è ancora il cavallo di battaglia del regista romano, che nel 1987 fonda la Sacher Film, casa di produzione il cui titolo è palesemente dedicato al celebre dolce austriaco, di cui Michele Apicella tesse le lodi in Bianca. Impegnato nella promozione di nuovi autori apre il Nuovo Cinema, una vecchia sala cinematografica ora destinata a dibattiti e alla proiezione di pellicole impegnate come Riff Raff di Ken Loach, primo film scelto da Moretti per il suo pubblico.

Nel 1993 realizza Caro Diario, film autobiografico in cui il regista sveste i panni di Michele Apicella per interpretare se stesso nei tre episodi che compongono la pellicola, raccontandosi  in una sorta di diario. Nel 1998 esce Aprile, strutturato come il precedente Caro Diario e in cui Moretti continua a interpretare sé stesso. Come Palombella Rossa,  anche in Aprile la grave crisi politica (alle porte delle elezioni anticipate) coincide con quella personale, simboleggiata da un dilemma di tipo cinematografico: dedicarsi ad un film politico o lavorare ad un ben più sicuro musical?

Dopo essersi allontanato dall’impegno politico con La stanza del figlio del 2001, Moretti ci ritorna cinque anni dopo con Il Caimano, forse il suo prodotto maggiormente contestato. Se in Aprile il regista si limita ad accusare, disperatamente, Massimo D’Alema (famosa la battuta: “D’Alema, di’ qualcosa di sinistra!” ), con Il Caimano innesca una vera e propria bomba ad orologeria: è un progetto rischioso quello di parlare del berlusconismo inteso come vizio italiano,  soprattutto se è lo stesso regista a interpretare l’uomo politico. Il rischio non è solo quello di turbare il cittadino, per l’ennesima volta, ma quello, ben più pericoloso, di offendere il personaggio in discussione. Le reazioni non tardano ad arrivare, tanto che fu proposto di posticipare l’uscita del film nelle sale, essendo stato provocativamente proposto in piena campagna elettorale. Ma si meritò ben due David di Donatello.

La verve provocatoria e i modi pungenti di Moretti lasciano spazio, nel 2011, ad una critica ben più cesellata. Esce nelle sale Habemus Papam, racconto agrodolce della malattia del secolo: la depressione. A soffrirne non è Michele Apicella, né un amico del regista, né lo stesso Moretti. No, questi personaggi son troppo piccoli. Il dolore psicologico è proprio dell’essere umano, e dopo aver toccato l’intoccabile Sordi e Silvio Berlusconi, ecco che Moretti ci riprova, scegliendo come protagonista della sua undicesima pellicola la figura inviolabile per eccellenza: il Papa. Così il ritratto del pontefice risulta particolarmente profondo nelle sue ombre da essere umano, un vecchio che ritorna bambino rifiutando le grandi responsabilità affidategli.

E’ da pochi giorni terminata l’edizione 2012 del Festival di Cannes, dove il grande regista ha presieduto alla giuria, e il 21 Maggio appena passato è stato nominato Commandeur de l’ordre des Arts et Lettres dal Ministro della Cultura francese. Questa è la prova che la critica stimola critiche di risposta, che difficilmente possono però intaccare un personaggio tanto carismatico e, ammettiamolo, amato. Perché, come negli anni ‘70, anche oggi il nostro paese ha bisogno di uno scossone, e lui questo lo aveva già capito trent’anni fa.

E’ facile stimolare le grandi risate, i grandi pianti, le grandi paure, l’innamoramento.  Si è sempre detto che è più complicato far ridere che far piangere. Nanni Moretti dimostra che è possibile far ridacchiare, stimolare il sorriso amaro sotto i baffi e contemporaneamente il pianto muto, quello non mostrato, quello delle coscienze. La sua non è mai stata una missione, né un insegnamento, ma continuo stimolo alla riflessione, alla critica, all’agitazione mentale. Ha rappresentato il vuoto per svegliare il rumore, ha raccontato l’apatia giovanile in un’epoca di massima rivoluzione.

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