Le Forze del Destino (Thomas Vinterberg, 2003)

di Fausto Vernazzani.

Una delle bellezze di Cannes è che sul loro sito è possibile avere accesso alle conferenze stampa che si tengono dopo le proiezioni dei film. L’anno scorso son diventate celebri per le dichiarazioni (falsificate) di Von Trier e,  giusto per restare in tema Danimarca, son stato colpito da Thomas Vinterberg, anche lui figlio e padre del Dogma. I giornalisti sono a volte una razza infame e tra le prime cose che gli chiedono è come ci si sente a tornare sulla Croisette dopo 14 anni d’assenza, quando girò quello che è ancora considerato il suo capolavoro: Festen. Ad oggi io sono ancora digiuno del suo cinema, ma il tipo, la falsa sicurezza con cui s’è rivolto alla stampa e tanto altro mi hanno incuriosito, ed ecco che oggi ho deciso di darmi alla sua filmografia, cominciando da It’s All About Love (alias Le Forze del Destino).

John (Joaquin Phoenix) è in viaggio dalla Polonia verso il Canada, con l’obbligo di una tappa a New York per incontrare Elena (Claire Danes), moglie che dovrebbe firmargli i documenti per ufficializzare il divorzio. Lei è una straordinaria e famosissima pattinatrice sul ghiaccio, il mondo sta volando verso la morte e la glaciazione, la neve casca a luglio e in Uganda in certe zone la gravità gioca brutti scherzi, catapultando i suoi abitanti verso il cielo. Mentre la gente muore per strada per via di attacchi cardiaci improvvisi e nessuno conta i cadaveri, John rimane invischiato nelle trame della compagnia di Elena, i quali cercano di uccidere entrambi, moltiplicare il successo moltiplicando lei ed altri affari bizzarri, tutto in assenza di amore.

È impossibile non notare una certa confusione in questa opera seconda, per così dire, dopo Festen: la sceneggiatura sembra avere più che un’idea precisa una moltitudine di idee non in contrasto tra loro, ma selvagge. I concetti, i messaggi che Vinterberg vuole trasmettere sono lasciati liberi come galli ruspanti, raccolgono il cibo dove vogliono e loro stessi sono carne gustosa, ma difficili da cogliere ed assimilare se non nei pochi momenti in cui tramite dialoghi immediati non vengono “iniettati” nello spettatore: il Caos nasce dalla distanza degli amori, amare una persona diventa difficile perché devi cercare dentro lei la vera persona, e la conoscenza del fatto che le cose sono destinate a finire per via della morte spinge il cuore a cedere, facendo strage di centinaia di persone.

Ci si perde in questi 100 minuti di pellicola, la cui regia sembra a tratti avere un tocco di genio, in particolare nella ricorrente location del corridoio di fronte le stanze di Elena, dove la macchina da presa fluttua e galleggia come chiusa in una bolla presa da più venti, ma in altri momenti pare lasciata al caso ed al manierismo, rendendo il risultato generale complicato e confuso. Il pubblico è così spinto a seguire due mani diverse con soli due occhi, azione il cui esito resta un’ambizione troppo grande per chi si trova di fronte allo schermo, tranciato da una trama apocalittica e un racconto di replicanti, il cui legame dovrebbe essere il fratello di John, Marciello (Sean Penn). Lui vive sugli aerei, una volta ne aveva paura, ma da lì scrive un dossier sul mondo e a livello testuale cerca disperatamente di fare da legame tra gli eventi diventando tuttavia solo un elemento distante e poco funzionale, per quanto l’idea di fondo sia affascinante. In sostanza Le forze del destino è un tentativo fallito di distanziarsi dalle regole del Dogma ’95. Vinterberg dimostra di avere grandi capacità registiche, ma poca abilità nel compattare tutte le sue idee in un solo film senza creare un pasticcio dal sapore multiplo e poco deciso.

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