FEFF14: Love In A Puff (Pang Ho-cheung, 2010)

 di Fausto Vernazzani.

“Giorno di lacrime, quel giorno, quando risorgerà dal fuoco l’uomo reo per essere giudicato. Ma tu risparmialo, o Dio. Pietoso Signore Gesù, dona loro riposo. Amen!” recita il Lacrimosa di W. A. Mozart, autore pop di musica leggera della seconda metà del Settecento, dei versi che buona parte della popolazione di Hong Kong può aver recitato come epitaffio alla sigaretta nell’ormai lontano 2007. Sì, perché in quell’anno l’intero branco di fumatori honkonghesi si è visto improvvisamente trasformare la propria città in una sala per non-fumatori. Sono costretti di volta in volta a dover trovare nuovi espedienti per riuscire a fare un tiro in luoghi in cui non dovrebbero, sguinzagliare la creatività insita in ognuno di loro per ricavare posacenere da bottiglie e bocchini per sigarette da bicchieri con cannuccia. Questo è il mondo dopo che la legge bandì la sigaretta dai luoghi pubblici, questa è l’Hong Kong di Love In A Puff.

Le strade si riempiono di inservienti, commessi, impiegati aziendali riuniti attorno ai posacenere sparsi per la città in gran quantità: ogni tipo di lavoratore si trova a contatto con persone nuove. Amicizie nascono, pettegolezzi vengono raccontati e a volte anche storie di paura e/o paranormali come fa Eunuch (Roy Szeto) con la sua comitiva, voci che diventano immagini spaventose e inquietanti che sviano lo spettatore con una scena iniziale che nulla ha a che vedere con la storia d’amore anticipata dal titolo. Così Love in a puff (“L’amore in una boccata di fumo”) viene inaugurato dal regista Pang Ho-cheung per poi sradicarsi dal posacenere e seguire le sinuose nuvole di fumo verso altri spazi, stretti e larghi in cui Cherie (Miriam Yeung), commessa in una profumeria, e Jimmy (Shawn Yue), creativo per una società di advertising, due persone apparentemente agli antipodi, si innamorano.

Alti e bassi fanno da accompagnatori per una novella semplice, nata da una situazione che ha spinto Pang Ho-cheung a scrivere una sceneggiatura – insieme ad Heiward Mak – su qualcosa in cui molte persone si sarebbero potute riconoscere. Parla dei pregi e dei difetti con interviste ai protagonisti che, intervallando lo scorrere delle vicende di Cherie e Jimmy, esibiscono caratteri diversi che esprimono la loro opinione sulla vita scandita dalle boccate di fumo anziché dei battiti del cuore. Al ritmo dato da un pacchetto da venti o da dieci, a seconda delle proprie necessità, nasce un amore naturale, non lontano dalla vita di tutti i giorni, risorge dalle ceneri di ciò che sembrava aver dato un duro colpo alle persone legate al vizio.

Un film come una sigaretta leggera o di quelle aromatizzate alla frutta, un’opera che riempie i polmoni di un fumo dolce, ma allo stesso tempo che appesantisce per una lentezza data dalla non eccezionalità dei fatti raccontati, elemento rappresentante del pregio maggiore di Love In A Puff. Pang Ho-cheung narra il tutto con una macchina da presa mossa che naviga sulle onde di quelle boccate di fumo, uno stile in cui si inietta una piccola dose dell’immaginario pop di Wong Kar-wai e di quel che il pubblico può amare, poiché per il regista la cosa più importante è stata il target e i biglietti venduti, ma quel che non si può negare è che l’abbia fatto con lo stile e l’eleganza di una sigaretta fumata da un divo degli anni ’30.

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