FEFF14: The Crucible (Hwang Dong-hyuk, 2011)

di Francesca Fichera.

“Welcome to Mujin. The City of Fog”. E sotto la nebbia questa grigia località coreana cela segreti atroci: quando Kang In-ho giunge presso un istituto per sordomuti si trova ben presto a dover fronteggiare verità fra le più terribili che un essere umano possa tollerare. In The Crucible il regista Hwang Dong-hyuk ci mette poco a svelare quel che l’acqua e l’aria torbide nascondono: si scopre quasi nell’immediato, infatti, che l’intero personale della scuola, a cominciare dai viscidi gemelli che la dirigono, sottopone i bambini a violenze periodiche ed efferate.

Le scene di stupro e percosse non risparmiano lo spettatore, rendendo la visione, in più di un punto,  praticamente insostenibile. Tutte le perversioni sotto la scorza vengono portate alla luce con un interesse e una chiarezza che sfiorano, e talvolta raggiungono, la morbosità. Ed è qui che comincia a trapelare l’essenziale carenza di questo legal-thriller Made in Korea. L’estetizzazione del tragico, unita a non rari momenti di ricercato patetismo, converte il discreto montaggio in un effluvio d’immagini e situazioni stancanti e a tratti imbarazzanti. L’efficacia del ritmo e la buona qualità delle riprese sono annullate dalla scarsa originalità dell’esposizione narrativa, nonché da un coro di pessime interpretazioni – su tutte quella del mono-espressivo protagonista Gong Yoo.

Il film regge bene i suoi tre quarti, ma risulta devastante nel finale, che è telefonato da un senso di ingiustizia universale in cui i diavoli sono la celere e la Chiesa. Qualche somiglianza? In fondo ce ne sono sempre. Peccato che storie vere – come quella alla base di The Crucible– finiscono con l’essere raccontate, spesso e volentieri, abbastanza male. Ma se la finzione con la F maiuscola sta ad indicare il vero messo in ombra dalla bugia, allora va da sé che un’opera come The Crucible è troppo piccola per contenere la realtà, anche se mimetizzata.

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