Kill List (Ben Wheatley, 2011)

di Fausto Vernazzani.

Il cinema sulla violenza è più raro di quanto si creda, si tende sempre a definire un film cruento solo per poche scene di sangue e subito si parte a catalogare come tarantiniana qualunque pellicola ne abbia un goccio di troppo. Il Violento è ben diverso dal pulp, ti colpisce nella mente così come i migliori horror sono quelli psicologici al contrario delle urla cronometrate e porte sbattute. Kill List sarà pronto a distruggervi dall’interno se voi glielo lascerete fare e questo da solo è un motivo per segnarsi il regista Ben Wheatley e ricordarsi di seguirlo il più possibile d’ora in avanti.

Jay (Neil Maskell) e Shel (MyAnna Buring) hanno un bambino, entrambi ex-militari, lui ha combattuto in Afghanistan per le forze inglesi, lei era della Guardia Nazionale Svedese e quando si sono conosciuti, parafrasando una battuta di lei, non hanno capito di essere l’amore della vita, ma di aver iniziato l’uno la Vita dell’altro. Tuttavia lui non lavora da 8 mesi, la tragedia finanziaria è vicina e i litigi innumerevoli, ma la svolta potrebbe essere diventare un mercenario insieme al suo vecchio amico Gal (Michael Smiley). Tre omicidi vengono richiesti, senza sapere perché, senza sapere chi li commissiona.

Sarebbe bello poter spiegare di più, ma il racconto per essere apprezzato va letto senza sapere più di quanto abbiamo già scritto e lo scopo è convincervi a trovare e vedere Kill List quanto prima. Violento come pochi sanno essere, il corpo straziato è in secondo piano rispetto alla tortura mentale subita dai protagonisti. Reale è l’aggettivo più crudele che si possa immaginare quando lo si lega a un’opera cinematografica, quando vedi riflesso il mondo conosciuto, dove abbiamo dei ricordi e viviamo delle esperienze. Il pericolo è costante, si è avvolti di colpo da una spirale di paura che attira a sé senza badare a niente.

L’orrore e l’inquietudine sono all’ordine del giorno, ma il terrore maggiore alla fine si distenderà sullo spettatore solo quando si comincerà a capire il senso del Grazie sussurrato dalle vittime, una liberazione da un circolo vizioso, da un movimento sadico che consuma dall’interno esseri umani senza un’anima dietro il loro volto distrutto dal dolore: “Sono solo un bibliotecario” recita uno dei personaggi, e alla fine si capirà quant’è distruttivo capire come specifici sentimenti, passioni, emozioni si poggino su di noi come una seconda pelle auto-impostaci o gettataci addosso da terzi.

Ben Wheatley è straordinario nel creare un film dell’orrore in crescendo senza la necessità di accompagnarsi con una musica incalzante, rispetta i cliché dell’aumento della claustrofobia, del buio improvviso, dell’universalità del malvagio nascosto dietro maschere che possono essere indossate da chiunque, persino dai nostri protagonisti. La sua è una regia in fondo scarna all’apparenza, è tutto nella solida sceneggiatura, mai sovraesposta, lontana da spiegoni ammazza-ritmo. Il pubblico sarà costretto a patir le pene dei protagonisti se vorrà in qualche modo cogliere il mistero dietro quel simbolo inciso sul retro dello specchio di Jay e Shel.

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