C'era una volta in Anatolia (Nuri Bilge Ceylan, 2011)

Il “C’era una volta in Anatolia” dell’Antonioni turco.

C’era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan è stato presentato l’anno scorso al Festival di Cannes, e fu subito cult, anche perché ha vinto il premio speciale della Giuria.

Le poche immagini che il filtro mediatico ha permesso giungessero fino a noi dicevano di notturne radure della Turchia asiatica, piccole carovane di automobili scandagliavano con gli abbaglianti terreni senza fine. Poiché Ceylan ha conservato anche lo stesso silenzio, sembrava di avere davanti una sorta di Non è un paese per vecchi variato sul tema.

Epica in due tempi

C’era una volta in Anatolia è un film grande come i luoghi che racconta, diviso in due parti.

La prima, la più bella, la più consistente, la più ipnotica grazie all’andamento da gregge al pascolo, primordiale nel rivelare le psicologie di personaggi canonici calati nel nulla assoluto, descrive la ricerca di un cadavere da parte di una pattuglia della polizia guidata da un ligio commissario e accompagnata da un procuratore dinoccolato e dall’anatomopatologo legale, quel personaggio che fin da subito ti piace perché parla poco e quando parla fa sempre osservazioni intelligenti.

Con loro c’è anche l’assassino smemorato, che fa vagare tutti senza costrutto fino all’alba, ma alla fine trovano quel che cercano.

L’arte della regia

La seconda parte è invece urbana e Ceylan può fare ben poco per renderla memorabile come i primi novanta minuti campestri, però ha una splendida impennata finale con l’autopsia condotta dall’anatomopatologo che, mentre dà istruzioni al collega su come sezionare il corpo, sembra quasi un Amleto che si mette faccia a faccia con se stesso per interposto teschio, che qui potrebbe essere sostituito dal cadavere che produce (fuori campo, ma ciò non fa che rafforzarne la concretezza, la veridicità) rumori da far attorcigliare le budella (le nostre, oltreché quelle del morto).

Un plauso alla regia di Ceylan, che giustappone con stile i campi lunghissimi ai primi piani, e riesce a iniettare anche in una storia polverosa come questa momenti di umorismo. Fa un figurone, al di là di tutto, la fotografia di Gökhan Tiryaki, e sono da ammirare moltissimo tutti gli attori: accorgersi che non siano professionisti è praticamente impossibile.

Elio Di Pace

 

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