L'arte di vincere - CineFatti

L'arte di vincere (Bennett Miller, 2011)

L’arte di vincere e di rinnovare i film sportivi.

How can you not be dramatic about baseball?” è la vera essenza del film Moneyball (in italiano L’arte di vincere) di Bennett Miller, sua opera seconda dopo il buon esordio al cinema di finzione con Truman Capote: A sangue freddo.

Il protagonista Billy Beane, il candidato all’Oscar Brad Pitt, spara la sua sentenza con quella domanda finale dopo oltre 90 minuti di pellicola che scorre raccontando la storia di un gioco e dell’Oakland Athletics, squadra di cui è il Manager Generale.

Il budget è scarso, l’Athletics sta per perdere i suoi giocatori migliori ed è impossibile per Beane ingaggiare carne nuova e valida, per questo si rivolge a Peter Brand (altro Oscar per Jonah Hill), sviluppatore di un sistema capace di calcolare come creare una squadra vincente basandosi sulle possibilità di vittoria del gruppo anziché del singolo giocatore..

L’arte del baseball

Gli Stati Uniti vivono il baseball  come noi viviamo il calcio, ne fanno un dramma. Lo sport in generale lo trasformano in una metafora della vita, ma quando si tratta di indossare un cappellino con visiera e rivolgersi al diamante, non ragionano più.

È un sentimento natural per loro, come lo era Robert Redford nel celebre film di Barry Levinson, un modo per riscattarsi è impugnare la mazza da baseball e colpire una palla, lanciarla lontano sognando di essere lei, una scalata verso il cielo per potersi poi voltare e dire: ce l’ho fatta. Tutto ciò è molto bello, ma alla lunga le palle che volano sono altre.

Sarà che non sono un amante dello sport di squadra, ma dopo un po’ questa metafora continua è stancante e ridondante. L’innovazione di Miller è nel raccontare la storia tramite un uomo che quella palla non la vuole mai guardare direttamente: lui è l’uomo dietro tutto questo, vuole cambiare il meccanismo.

Una buona squadra

Sceneggiato da due premi Oscar, Steven Zaillian e Aaron Sorkin,  L’arte di vincere funziona. I dialoghi sono buoni, gli attori anche, pur non essendo neanche alla lontana meritevoli di poter anche solo guardare il traguardo dell’Academy.

Miller si avvale di uno stile scarno, la macchina da presa è il compagno morente dell’Oakland Athletics, squadra destinata alla fine e privata dei colori accesi grazie alla magnifica fotografia di Wally Pfister che valorizza l’unico spazio in cui la vita davvero sorride, il diamante. Colorato, forte, un mondo irreale dietro cui si muove un ambiente da mercato, affari, assegni e scambi di merci che poco hanno a che fare col gioco.

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Verso la sconfitta

Bennett Miller è riuscito a creare una sorta di perfezione filmica sotto l’aspetto tecnico, ha dato vita a un team invidiabile, ma è la storia, quel soggetto tratto dal libro Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game di Michael Lewis a rappresentare l’elemento debole.

Un intreccio che gira e gira ma si ha sempre più l’impressione di non star vedendo niente di straordinario né ordinario, è qualcosa che vaga in un limbo e le inquadrature valorizzano questo aspetto creando un mondo a parte che divide il gioco con i suoi giocatori, dal pubblico amante dello show.

Questa non-distinzione dal nulla, il voler rimanere sospeso è il difetto fondamentale di Moneyball, un po’ come lo fu anche di Truman Capote. Lì però il carisma di Capote e l’eccellente Philip Seymour Hoffman, ne L’arte di vincere nel ruolo del testardo coach degli Oakland, salvavano il film. Qui non c’è niente del genere. Beane è un uomo che non riesce ad essere né grande né comune e Pitt non è al meglio della sua forma artistica.

Fausto Vernazzani

Voto: 3.5/5

4 pensieri su “L'arte di vincere (Bennett Miller, 2011)

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