Pickpocket – Diario di un ladro (Robert Bresson, 1959)

di Nicola Palo.

Michel (Martin LaSalle) è un giovane che sceglie l’illegalità come forma di critica verso la società. Nonostante gli avvertimenti di Jeanne (Marika Green) e Jacques (Pierre Leymarie), Michel compirà vari furti, con l’aiuto di due complici. Costretto a fuggire, al suo ritorno ritrova Jeanne abbandonata da Jacques e con una figlia. Michel decide di aiutarli, riprendendo a borseggiare, ma verrà arrestato. In carcere, grazie all’amore per Jeanne, Michel troverà la redenzione.

Possiamo individuare due temi fondamentali in Pickpocket, film del 1959 di Robert Bresson: il primo, quello più visibile, è senza dubbio il tema della redenzione attraverso l’amore. Con un limpido e chiaro riferimento a Delitto e Castigo di Dostoevskij, Bresson, con la sua regia volutamente impersonale e distaccata, traccia il percorso umano ed interiore di Michel seguendo, come un cronista, l’evoluzione nella coscienza del protagonista. In questo senso, tutti gli espedienti tecnici di Bresson sono rivolti allo scopo di far vivere allo spettatore il moto della coscienza di Michel, il fluire stesso della sua vita, distaccandolo dalla recitazione: le dilatazioni date dalle lunghe inquadrature, le improvvise contrazioni create con riprese veloci e un montaggio dal ritmo incalzante e sincopato, le luci e l’illuminazione che astraggono il personaggio in un alone di grigio, determinando l’incertezza che è la caratteristica fondamentale di Michel.

Bresson in Notes sur le cinématographe ha scritto: “Della FRAMMENTAZIONE: essa è indispensabile se non si vuole cadere nella RAPPRESENTAZIONE. Vedere gli esseri e le cose nelle loro parti separabili. Isolare queste parti. Renderle indipendenti per dar loro una nuova dipendenza”. Lo spazio in Pickpocket è frammentato e sconnesso dai continui primi piani sui movimenti delle mani che, però, hanno una funzione di raccordo tra le scene, sostituendosi addirittura ai volti. Sono le mani a connettere gli spazi affollati del film, in quanto non prendono un oggetto, ma lo fermano, lo spostano, lo fanno circolare nello spazio.

La sensazione d’incertezza che avvolge il protagonista, ci porta direttamente all’altro tema del film, lasciato deliberatamente sullo sfondo, come una vibrazione primordiale che lo percorre per intero. È il tema della scelta, tema principe dell’astrazione lirica, che in Bresson assume connotati vagamente religiosi: non c’è una lotta dello spirito come, ad esempio, nell’espressionismo, ma un’alternativa, una scelta che riguarda il modo di esistenza di colui che sceglie. In Bresson sono presenti dei tipi di personaggi che rappresentano modi concreti di esistenza: in Pickpocket, Michel rappresenta gli uomini grigi, quelli dell’incertezza, mentre, nell’insieme di complici e misfatti, rappresenta le “creature del Male”. Michel continua a borseggiare per aiutare Jeanne e la figlia ma, di fatto, trovandosi in una situazione che non gli permette più di scegliere. Non può diventare onesto, non può fermarsi, in quanto la scelta è “coscienza di scelta come inflessibile determinazione spirituale”1, che si definisce “con la potenza che possiede di poter ricominciare ad ogni istante, ricominciarsi verso se stessa, e confermarsi così per se stessa, rimettendo ogni volta in gioco tutta la posta”2. Per questo non è un caso che, nel momento in cui questa “falsa” scelta raggiunge il suo massimo compimento, ovvero l’arresto, avviene la redenzione, che spezza la fissità circolare in cui si ritrova Michel: è la Grazia che si offre nel momento della condanna – a Raskolnikov come a Michel -, l’attesa della rivelazione che avviene improvvisa attraverso un bagliore, una luce sul volto di Jeanne, che è come un’epifania agli occhi del protagonista.

In appena 70 minuti, Bresson è riuscito a condensare tutta la sua poetica, facendo di Pickpocket un capolavoro del cinema.

***

[1] Gilles Deleuze, L’Immagine-Movimento, Ubulibri, pg 139 ?

[2] Ibidem ?

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2 pensieri su “Pickpocket – Diario di un ladro (Robert Bresson, 1959)

    1. Hai ragione robydick, purtroppo ho dovuto scegliere cosa approfondire e cosa accennare, per non rendere la lettura troppo impegnativa: poiché a livello contenutistico c’era veramente tanto da dire, ho preferito concentrarmi su questo, accennando solamente al lato tecnico e tralasciando volutamente recitazione e musiche, che pure sono importanti nell’economia del film.
      Più che il montaggio che, nonostante sia veramente notevole, potrebbe rientrare in una “tradizione francese”, penso che la divisione dello spazio e la cura che traspare dietro ogni ripresa siano veramente impressionanti, tanto da lasciar stupiti ancora oggi.

      Nikolaj

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