L'inhumaine - CineFatti

L'Inhumaine (Marcel L'Herbier, 1924)

Le avanguardia a raccolta per L’inhumaine di Marcel L’Herbier.

Einar Norsen (Jaque Catelain), giovane inventore innamorato della cantante Claire Lescot (Georgette Leblanc), simula il suicidio per conquistarla. Con una sua invenzione, grazie alla quale riesce a trasmettere la sua voce in tutto il mondo ed a trasmettere immagini in diretta, riesce nel suo intento. Il geloso marajah Djorah de Nopur (Philippe Hériat) uccide la cantante, che, però, verrà resuscita da un’invenzione di Norsen. L’esile trama de L’Inhumaine, film del 1924 di Marcel l’Herbier, fa da contorno ad una delle maggiori opere sperimentali del cinema muto. L’obiettivo del regista è quello di un’arte totale che riconduca dentro sé tutte le avanguardie artistiche del periodo. Grande attenzione fu infatti riposta nelle scenografie affidate a nomi prestigiosi quali il pittore Fernand Léger, l’architetto Robert Mallet-Stevens, il designer Pierre Chareau ed i futuri registi Claude Autant-Lara ed Alberto Cavalcanti. La monumentale casa di Claire è, quindi, un tripudio di forme cubiste, mentre il laboratorio di Norsen ricorda da vicino l’attenzione che il Futurismo tributava alla macchina ed alle nuove tecnologie.

 

Il cinema è per l’Herbier arte della modernità e la sua regia ne è la diretta emanazione. Questo avviene innanzitutto attraverso il sapiente utilizzo del montaggio ritmico, per sottolineare ed esplicitare il modo in cui il personaggio vive e sente la realtà e quello che succede nel suo mondo interiore; il ritmo aumenta sempre di più nelle scene di massima intensità, creando un climax visivo che risucchia lo spettatore in un vortice di immagini frenetiche, come nella stupenda scena della folle corsa in auto di Norsen oppure nell’esperimento finale che riporta in vita Claire. In secondo luogo troviamo la ricerca cromatica delle immagini, che unisce un minuzioso studio su luci ed ombre all’utilizzo di mascherini colorati e riprese non convenzionali. La telecamera cerca inquadrature insolite che pongono la figura fuori dal centro della ripresa; l’Herbier, poi, predilige il Mezzo Primo Piano quando c’è da mostrare direttamente i sentimenti dei personaggi (ad esempio l’angoscia di Claire quando apprende del mancato ritrovamento del corpo di Einar). Particolare è anche l’utilizzo dei mascherini, in quanto non sottolineano esclusivamente l’alternarsi di giorno e notte e del dentro e fuori, ma sono dei veri e propri strumenti che calano lo spettatore nello stato d’animo rappresentato dalla scena: notevole è il frenetico alternarsi di rosso e verde nella scena finale, oppure il gelido blu per evocare l’angoscia di Claire.

Infine, abbiamo già detto di come il regista abbia posto una particolare attenzione alle monumentali scenografie: lo spazio però non si riduce ad un semplice ammasso di cose atte a rappresentare le fervidi avanguardie artistiche dei primi anni del ‘900. Lo spazio è dove avviene una sorta di omogeneizzazione tra le cose e l’uomo, che si confondono e si compenetrano, fino a raggiungere il massimo del movimento nella macchina, che diventa anima e motore dell’uomo. Ecco perché grande importanza viene data alla danza, che accompagna tutto il film – dai giocolieri al balletto fino al finale in cui sono le macchine a danzare – come espressione meccanica delle immagini e del movimento, fino a rendere il cinetismo di uomo e macchina arte visiva. Per questo Fernand Léger è una figura fondamentale nella composizione artistica del film: con il suo Ballet Mécanique, sempre del 1924, portò alla massima espressione questa compenetrazione tra movimento di uomo e macchina, fino a far trasfigurare l’uno nell’altro, rendendo l’uomo una macchina e donando vita organica agli oggetti.

L’Inhumaine è, in conclusione, una delle massime espressioni della corrente avanguardista cinematografica degli anni ’20 che prese il nome di Impressionismo francese.

Nicola Palo

2 pensieri su “L'Inhumaine (Marcel L'Herbier, 1924)

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