Una separazione - CineFatti

Una separazione (Asghar Farhadi, 2011)

Verità e conflitti sociali in Una separazione di Farhadi – di Roberto Manuel Palo.

Continuiamo a pescare dal prospero paniere della Berlinale. Ma non a caso: oggi parliamo del film che ha vinto l’Orso d’OroUna separazione. Asghar Farhadi, il regista, lo abbiamo conosciuto già per About Elly, che ci piacque, e piacque anche alla giuria di Berlino, che due anni fa gli diede l’Orso d’Argento. Ci videro lungo, a quanto pare.

Fare cinema politicamente

Una separazione piacerebbe a Godard. Non ha nulla stilisticamente di Godard, ma ha moltissimo dell’idea che aveva del cinema. Quel discorso del film politico e del film fatto con intenzioni politiche.

Certo, il Maestro, all’epoca della formulazione della teoria, aveva sempre in bocca quella parola che oggi se la pronunci ti prendono per schizofrenico (“rivoluzione”). Non sappiamo se Farhadi voglia fare la rivoluzione ma, mentre ci pensa, sappiamo che stavolta ha fatto un film politicamente.

Ha raccontato il tutto attraverso una parte. Ha parlato del generale facendoci vedere il particolare. È penetrato talmente in profondità nelle vicende di una famiglia che è riuscito a farci cogliere le problematiche (tutte, ma proprio TUTTE) di un paese come l’Iran.

La trappola sociale delle differenze

Simin (Leila Hatami) vuole il divorzio da Nader (Peyman Moaadi), e lo lascia con un padre con l’Alzheimer e una figlia undicenne assai sveglia ma altrettanto sensibile. A occuparsi dell’anziano malato chiamano Razieh (Sareh Bayat), timorata di Allah e serva del Corano, che ha in Hodjat (Shahab Hosseini) un marito irrequieto e frustrato dalla condizione sociale in cui è intrappolato.

L’instabilità del lavoro è appena accennata eppure il messaggio arriva forte e chiaro: questo è un indicatore del saper fare buon cinema, del saper mettere insieme quelle poche ma decisive immagini che ti portano alla comprensione essenziale del messaggio. Una cosa che sa fare molto bene Philippe Lioret ad esempio, il primo che mi è venuto in mente.

Un litigio tra Nader e Razieh per inottemperanza lavorativa di quest’ultima aziona un incontro-scontro tra le due famiglie, divise da lignaggio, cultura, comportamenti. C’è addirittura una colluttazione, nella quale si direbbe che Razieh perda il bimbo che ha in grembo: segue iter giudiziario che porta a quella che sembra essere una risoluzione, ma che in realtà culmina in un finale amaro piuttosto che dolce, che insinua dubbi etici piuttosto che accomodamenti.

Una verità di cui aver paura

Farhadi racconta tutto questo aggrappandosi con la macchina da presa ai personaggi, è bravo a indugiare sui loro silenzi ma anche a distogliere lo sguardo quando sa che lo spettatore certe cose può capirle anche da solo, senza che lo si tiri per i capelli.

La sceneggiatura è di ferro, e gli attori la seguono con una disinvoltura miracolosa (che tutto il cast abbia vinto l’Orso d’Argento è la riprova), e il regista si concede anche ghiotte invenzioni come quella della sequenza più bella del film.

Sul pianerottolo di casa, Nader ricostruisce la vicenda criminosa alla figlia (a un certo punto, mentre lui spiega i movimenti della donna, c’è un plongée, e la mente fa uno scatto incontrollato verso Delitto perfetto di Hitchcock!), poi chiude la porta, e quando la riapre ci sono gli agenti di polizia che stanno effettuando la perizia.

Ellissi magistrale attivata dallo scatto di una serratura. Sempre in questa scena, c’è la battuta più destabilizzante: parlando della deposizione che una testimone dovrà fare al giudice, la piccola Termeh (cui nel film viene affidato il pesantissimo ruolo di voce della coscienza e dell’etica) chiede al padre: “Perché deve fare attenzione se deve dire la verità?”.

Una separazione è il candidato iraniano all’Oscar per il miglior film straniero.

 

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