Gli Uccisori (Andrej Tarkovskij, 1956)

Il primo corto di Andrej Tarkovskij, Gli uccisori – di Nicola Palo.

Andrej Tarkovskij è stato, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi registi russi della seconda metà del Novecento, dotato di grande sensibilità e caratterizzato da un linguaggio artistico complesso. Memorabili sono film come Stalker, Andrej Rublev, Solaris e Lo Specchio: in essi la tradizione cinematografica russa è filtrata attraverso il suo speciale sentire il cinema, che molti definiscono poetico. Poetico innanzitutto per i tanti riferimenti alla poesia del padre Arsenij: non solo accenni testuali, ma ampie suggestioni sono presenti nei due Tarkovskij, come l’elemento liquido, l’insistenza sulla Madre-Natura, ma soprattutto la tematica del tempo visto come un momento assoluto, proiettato in una dimensione quasi irreale. Ed è proprio su questo tema che la cifra stilistica di Tarkovskij, il suo sentire poetico il cinema, irrompe nella tradizione russa, distaccandosene: i suoi lunghi piano-sequenza minimizzano la funzione del montaggio – allontanandosi, in questo caso, non solo da Ejzenstejn, ma anche da tutto il cinema americano a partire da Griffith – mettendo in risalto la durata reale della scena, e quindi di ogni attimo che la compone. Nella sua idea di tempo-immagine, realtà e sogno si fondono di continuo: l’esempio più puro è sicuramente Solaris, in cui questa idea tarkovskijana è completamente esplicitata dal pianeta-oceano che realizza i desideri degli uomini.

Interessante è quindi, per noi, avere la possibilità di poter ripercorrere dalle origini la sua maturazione stilistica, attraverso questo suo percorso quanto mai ricco e complesso. Gli Uccisori, basato su un racconto di Ernest Hemingway, è il primo cortometraggio di Tarkovskij, presentato come saggio al terzo anno della scuola superiore di cinematografia russa nel 1956 e co-diretto con Aleksandr Gordon. Il corto si può dividere in tre scene caratterizzate da altrettante location: la prima e la terza scena, dirette da Tarkovskij, sono girate in un bar; la seconda, diretta da Gordon, girata nella camera di Andreson. Due sicari entrano in un bar per tendere un agguato ad uno svedese, Andreson, che lo frequenta abitualmente per cenare. Andreson non si presenta e i due sicari lasciano il bar. Uno dei clienti andrà a casa di Andreson per metterlo al corrente dell’accaduto. Lo svedese, però, manifesterà la sua volontà di morire.

Senza dubbio Gli Uccisori è un’opera acerba nella quale, però, già si nota in nuce quello che poi il regista approfondirà e svilupperà nelle sue opere successive. I movimenti della camera sono ridotti al minimo, raramente segue gli attori; spesso è fissa ed indugia in piani-sequenza. Esasperante è la ricerca di angoli di visuale distorti, soprattutto quando a parlare sono i due sicari: raramente essi rappresentano il punto focale dell’inquadratura ma, spesso, vengono ripresi dal basso, di lato o attraverso una finestrella nel muro. Il montaggio, poi, è essenziale: la dinamica dell’azione, il movimento è compreso tutto nell’inquadratura, affidato principalmente agli attori, ai rumori, al fischiettio dell’avventore. Il montaggio si fa più insistente solo nel momenti più concitati del film, quando il pericolo sembra divenire incombente. La terza scena, poi, la potremmo definire – a livello di regia – tipicamente tarkovskijana: la telecamera è fissa, il montaggio è quasi inesistente (se non negli ultimi secondi), tutto ciò che interessa sono i gesti degli attori, il dialogo e l’inesorabile scorrere del tempo.

Infine, due curiosità: Gli Uccisori fu approvato dal VGIK, permettendo, per la prima volta nella storia russa, a degli studenti di basare il proprio film su un racconto straniero; Tarkovskij appare come attore nel cortometraggio ma non è uno dei sicari, come erroneamente si legge in internet, bensì è il secondo avventore, quello che fischietta il motivo di Lullaby of Birdland di George Shearing.

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