Pearl Jam Twenty

Pearl Jam Twenty (Cameron Crowe, 2011)

Pearl Jam Twenty: dietro le quinte del rock – di Elio Di Pace.

Quel mentecatto del parcheggiatore abusivo… Che rabbia che mi fanno i parcheggiatori abusivi. Sono fucking dappertutto: mi intromettevo di soppiatto con la Getz in un vicoletto che dà sul retro del multisala apposta per evitarli, ed ecco che lo sciacallo si avventa su di me; non gli posso sfuggire; mi spilla 2 euro, ed è stato anche lì un attimo a pensarci.

Non avessi avuto la carta di credito, non sarei potuto entrare all’evento della serata allo Space Cinema di Salerno: Pearl Jam Twenty, il documentario di Cameron Crowe sulla band di Seattle. Quella di Eddie Vedder. Volete aggiungerci “grunge”? Fate pure, ma non è che loro ci credano molto. Non ci credeva molto neanche Kurt Occhiazzurri.

Immagini di repertorio Seattle in bianco e nero e a colori, ieri e oggi. Brulicante di band emergenti, la scena più prolifica degli Stati Uniti. Dal sottobosco spuntano Jeff Ament (bassista) e Stone Gossard (chitarrista).

Cameron Crowe introduce in qualità di voce narrante la storia dei Pearl Jam, partendo da quando si chiamavano Mother Love Bone, da quando avevano come cantante un aitante giovanotto biondo che sognava di cantare negli stadi e si comportava da idolo della folla anche se nella bettola in cui si esibiva c’erano venti persone.

Musica e Morte, Atto Primo

Il suo nome è Andy Wood. Morì nel 1990 per overdose di eroina. Gossard racconta che lo tennero in vita qualche giorno in più per permettere alle persone care di salutarlo. Gossard racconta che i medici dicevano che era ancora vivo ma non ce l’avrebbe fatta, che si poteva rimettere anche se era praticamente già morto.

Questa è stata la prima Morte che ha sconvolto i Pearl Jam.

“Molti pensano che the death of innocence sia stata la morte di Kurt. In realtà era cominciato tutto molto prima, con la morte di Andy”.

Musica e Morte, Atto Secondo

Ecco Chris Cornell, che per Wood scrisse delle canzoni e le fece interpretare da Matt Cameron (il bassista che si era portato dietro dai Soundgarden), Ament, Gossard e Mike McReady, giovane unto dal Signore della Chitarra.
Ecco Eddie Vedder, che incise una cassetta con la sua voce calda, profonda, e fece rimanere tutti di sasso. Ecco Eddie Vedder, che racconta commosso di aver conosciuto il suo padre biologico quando era già morto.

Questa è stata la seconda Morte che ha sconvolto i Pearl Jam.

Musica e Morte, Atto Terzo

Poi si chiamarono Pearl Jam. Cominciarono a riempire gli stadi ma quello che gli interessava era riempire i club o i pub. E fu allora che Eddie scoprì il ribelle che era in lui, quando in un locale trascinarono via un ragazzo ubriaco. La timidezza lo abbandona (quella timidezza che è tenerezza, che ritroverà forse solo con le colonne sonore di Into the Wild o con l’ultimo album a base di ukulele), la voce si incrina, lui incazzato come una iena canta a squarciagola nell’orecchio dello steward.

Si pose (e con lui il resto della band) l’imperativo di non avere rapporti con la stampa, che “è troppo occupata a fare sensazionalismi e quindi non dice la verità”, spiega Bob Dylan in Pearl Jam Twenty. Finì sulla copertina del Time ma non rilasciò mai interviste, mandò tutti ‘affanculo ai Grammy, Gossard il suo lo tiene a prendere la polvere nello scantinato.

Eddie guadagnò la stima di Kurt: “Mi sta molto simpatico. Se la gente ama sia noi che loro, non vedo perché si debbano creare delle faide”, disse, rimangiandosi le stroncature iniziali.La sua fu la terza Morte che ha sconvolto i Pearl Jam.

Musica e Morte, Atto Quarto

Da lì iniziò la scalata di Vedder, che da Vitalogy (1994) in poi è diventato il faro della band: “Ho impedito al successo di cambiarmi, ma non posso decidere il modo in cui la gente mi vede”. Fino a quando poi non introdusse la pratica che, agli occhi dei fan, è la carta vincente dei Pearl Jam.

Gossard: “Cambiavamo scaletta ogni sera. Spesso Eddie la decideva dieci minuti prima del concerto, e noi ce la facevamo addosso, gli chiedevamo: ‘Perché non ne facciamo una più famosa?!?’”.

Potrei andare avanti ancora, e ancora, e ancora. L’ho già imparato a memoria, Pearl Jam Twenty. Dà risposte e pone domande: per esempio, il processo a Ticketmaster, l’agenzia di distribuzione dei biglietti per i concerti, che i Pearl Jam accusavano pubblicamente dal palco e contro cui testimoniarono, arrivando a organizzare una serie di esibizioni dal titolo “Ticketmaster boycott tour”; oppure (e questo è uno dei problemi cruciali che sollevò il processo e che ora ripropone il film) se sia giusto che un artista debba essere il gestore dei profitti economici che la sua opera produce.

A Eddie e agli altri non andava giù che un adolescente dovesse cacciare tutti quei soldi per un concerto. I Pearl Jam hanno sempre avuto un rapporto strettissimo con i fan, dimostrando sempre di averli a cuore. Ed è per questo motivo che dopo la tragedia di Roskilde (c’erano 40mila persone accorsi per sentirli, nove morirono schiacciate dalla calca) pensarono seriamente di smettere. “Cosa eravamo diventati?”, chiede Eddie a Cameron Crowe, guardando nel vuoto.

La quarta Morte che ha sconvolto i Pearl Jam. Come forse si è intuito, la visione di questo documentario è consigliata soprattutto a quei fan irriducibili dei Pearl Jam, quelli che si commuovono quando ascoltano Alive, o Indifference, o Better Man.

Pearl Jam Twenty: il film, la storia

Ma se vi piace anche scoprire come si fa il cinema, potrete trovare qui grande motivo di interesse. Era chiaro che sarebbe venuto fuori del materiale inedito, ma è strabiliante come Crowe (che negli anni ’80 di professione faceva il critico musicale) abbia scovato delle riprese (molte delle quali ad opera di lui medesimo) che sembrano essere state fatte in previsione di QUESTO documentario: tutto torna, di ogni cosa c’è la prova e la controprova, in Pearl Jam Twenty.

Non so se mi spiego. E se non mi spiego poco importa.

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