Un Barton Fink a Venezia, parte V – Riepilogo finale

Sono a casa adesso. Sono tornato alla depressione della mia incolore vitaccia provinciale. Dormire quattro o cinque ore per notte non mi ha minimamente scalfito: troppo esaltante era il pensiero di stare in una Mecca dell’arte cinematografica e di poter godere di primizie autoriali di enorme portata, come il programma lasciava sospettare e come poi si sono rivelate. Potrei citare, su tutti, il caso clamoroso di Killer Joe di William Friedkin: amatissimo autore del cinema americano che, settantunenne, sforna il suo capolavoro, le cui scene ancora esplodono davanti agli occhi, come quella magistrale della coscia di pollo che vi incatenerà alla poltrona quando lo vedrete al cinema.
Comunque, nonostante le emozioni siano ancora vivissime, sia nel cuore che nella mente, adesso riesco a guardare tutto a una debita distanza, riesco a fare un quadro più circoscritto, come se in una sala cinematografica mi spostassi dalla prima fila alla decima.
Il gigantesco Faust di Sokurov (da Goethe) era troppo palesemente superiore a tutti gli altri ventidue titoli in concorso da non poter prendere il Leone d’Oro: centotrentaquattro minuti di immagini sublimi (un critico inglese, mentre pranzavamo insieme a un amico comune, non si spiegava perché Sokurov abbia denaturalizzato così tanto la realtà filmata, cosa che mi ha un po’ sorpreso dato che dell’intervento creativo e volutamente invasivo sul quadro il regista russo ha fatto la sua cifra stilistica), solita macchina da presa fluttuante che dà l’impressione di trovarsi su una imbarcazione, speculazione filosofica finissima, ma anche vertiginose cadute nel grottesco e nell’orrido. Premio meritato per un autore che non aveva ancora ricevuto la consacrazione festivaliera, e di cui naturalmente bisogna recuperare tutte le opere.
Lascia un po’ perplessi, invece, questo premio speciale della Giuria a Terraferma di Emanuele Crialese. Tanto per cominciare, e per rendere l’idea di che tipo di prodotto stiamo parlando (e qui mi riferisco all’aspetto cinematografico tout court, lasciando perdere la disquisizione sulla tematica), è un film inferiore a Nuovomondo, che almeno faceva perno su un lirismo più manifesto e su una figuratività più robusta. Non mi piace condividere le supposizioni secondo cui abbia avuto il premio perché ci sono due italiani in Giuria, però è sospetto il fatto che sia stato preferito un film non riuscito di Crialese a opere visibilmente superiori come Carnage di Polanski, il già citato Killer Joe, o lo stesso The Ides of March di Clooney.
Il Leone d’Argento alla regia mi mette un po’ in difficoltà. Ancora una volta, avrei preferito che lo vincesse Polanski, per la maestria – poi lo vedrete il 16 di questo mese – con cui giostra i quattro eccellenti protagonisti chiusi in un appartamento. Se lo è aggiudicato Cai Shangjun per People Mountain People Sea, film (cinese) a sorpresa di quest’anno. Un premio che appare giusto anche considerando che si tratta dell’opera seconda di un autore di cui potremmo molto sentire parlare negli anni a venire. Un incentivo, quindi.
Il capitolo Coppa Volpi non è difficile. Per le signore non c’era competizione: Deannie Yip, protagonista del buon A Simple Life di Ann Hui, gareggiava praticamente da sola (o quasi: contro c’erano Keira Knightley, che ha perso l’occasione della vita perdendo il controllo del suo personaggio, e Claudia Pandolfi che… vabbè); mentre per i signori è accaduto il contrario, cioè che potevano meritarla il Waltz di Carnage, il Gosling di The Ides of March, l’Oldman di Tinker, Tailor, Soldier, Spy, l’incredibile McConaughey di Killer Joe, ma l’ha portata a casa Michael Fassbender, straordinario nel ruolo di Brandon in Shame di Steve McQueen.
Giusto il premio Mastroianni per l’attore emergente dato alla coppia di ragazzi protagonisti di Himizu di Sion Sono, film apprezzato da pochi ma che indubbiamente verrà ricordato per le performance di Shòta Sometani (lui) e Fumi Nikaido (lei).
Osella per la fotografia di Wuthering Heights era insospettabile ma è meritatissimo: un film che nelle code per andare a vederlo in sala ha suscitato non pochi scetticismi e che però ha sorpreso tutti per il modo così nervoso, al limite del combat, che Andrea Arnold ha usato per raccontare un dramma in costume, avvincente nonostante la lunghezza.
Meno spiegabile è l’Osella per la sceneggiatura ad Alpis di Yorgos Lanthimos: l’idea alla base è, di per sé, originale (un gruppo di persone che decidono di sostituirsi ai defunti ricostruendo meticolosamente le loro abitudini e il loro aspetto esteriore) ma poi, divenuta film, non ha rivelato la solidità di (sempre per fare esempi) Tinker, Tailor… o, ancora, Le idi di marzo, o magari Dark Horse di Solondz, pure pellicola straordinaria che negli ultimi giorni di festival è finita pericolosamente nel dimenticatoio.
Comunque, a parte il grande palmares (su cui si discuterà sempre all’infinito: la sera, tornando a casa, ancora che ci scannavamo sui Leoni d’oro delle edizioni passate!), Venezia ha tante altre sezioni. Shinya Tsukamoto, con Kotoko, si è aggiudicato il premio Orizzonti, (gran premio della Giuria invece a Whores’ Glory di Michael Glawogger e premio al cortometraggio agli italiani Felice D’Agostino e Arturo Lavorato per Prima dell’Avvento, mentre il Leone del Futuro – Premio Luigi de Laurentiis è stato assegnato a La-bas, di Guido Lombardi.
Considerazione di chiusura: italiani nell’albo d’oro con un premio speciale della Giuria, con un Leone del Futuro, Scialla! che vince controcampo italiano, premio anche per il discutibile documentario di Fiorella Infascelli Pugni chiusi… Eppure il nostro cinema non sta per niente bene. Abbiamo parlato abbastanza già di tutti, in questo caso repetita non iuvant.
Solo questo: non possiamo mandare in concorso certi film e negare la partecipazione a Gianni Amelio o relegare fuori concorso il gioiello di Ermanno Olmi Il villaggio di cartone. Davvero non ci sappiamo gestire. Conviene aspettare il Festival di Roma, dove, statisticamente, sembra che le proposte italiane siano più interessanti.
Elio Di Pace

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