Marwencol (Jeff Malmberg, 2010)

Storia e identità nella cittadina inesistente di Marwencol.

Mark Hogancamp ha visto la morte da vicino e la vive ancora oggi, costantemente. Non è un medium, eppure è ossessionato da un fantasma che lo perseguita e giorno dopo giorno gli pone sempre la stessa domanda: “Chi sono io?”.

Questo fantasma non è altro che lui, l’uomo che nel 2000 fu aggredito con inaudita ferocia da cinque sconosciuti e pugno per pugno, calcio per calcio gli hanno cancellato ogni singolo ricordo della sua vita. Solo immaginarlo è atroce.

Da quel momento Mark Hogancamp è come un fantasma per Mark Hogancamp, è uno sconosciuto a se stesso, qualcuno di cui ha sentito parlare, con cui condivide un corpo, ma non una vita, quella è finita per ricominciare punto e a capo con una mente danneggiata, ma salvifica, l’unica amica a disposizione.

Non potendosi permettere i soldi per una terapia adeguata, Mark decide di crearsene una propria e comincia a ristrutturarsi partendo proprio da ciò che è stato più colpito, rifugiandosi dentro la sua testa, creando un nuovo mondo in cui avrebbe avuto ciò che desiderava: la vita che gli era stata rubata.

Jeff Malmberg, regista, segue Mark dal 2006 fino al 2010 per riprendere questa spettacolare terapia, diventata una forma d’arte che ha portato Mark a chiedersi se fosse più importante tenersi al sicuro o portarsi avanti come artista qual è ora.

Qual è questa terapia dunque? La terapia è Marwencol, una città belga che vive in un passato ancora dominato dai nazisti, in piena Seconda Guerra Mondiale. Lì vive l’alter ego di Mark, e possiede un bar, l’Hogancamp Cafè.

Lì si ricorda cosa si prova nel far sesso, lì prova amore, ha i suoi amici e incontra persino Ana, la sua futura moglie, per quanto sia solo un pupazzo come tutto il resto degli abitanti di Marwencol. Lì la sua vita va avanti, viene vissuta in parallelo a quella reale, ma per lui ormai la vera vita è quella che crea per i suoi pupazzi.

Più vicina alla realtà di quanto sembri, quella di Marwencol ha come unica differenza di essere in scala 1:6, ma anche lì vi sono amore, dolore, sofferenza, sogni improbabili e traumi. Tutto viene ripreso dalla macchina fotografica di Mark che porta in vita come un gigantesco storyboard tutto quello che accade. Dal matrimonio di Ana e Mark, alle torture da lui subite a opera delle SS, che altro non sono che i suoi aggressori.

Malmberg dà vita a questi storyboard, li mette in sequenza e con Mark a raccontare con passione sincera quello che accade a Marwencol. Osserva quest’uomo la cui terapia è diventata arte al punto da essere esposta al White Column di New York e aver attirato collezionisti importanti. Il racconto è toccante, l’idea e la paura di poter subire quello che Mark sta vivendo, vedersi portata via la propria intera vita, non sapere persino di essere stati sposati una volta, è un incubo fin troppo tangibile che può colpire chiunque.

Un documentario eccelso su un’artista particolare e degno di nota, le cui fotografie e storie non possono che stupire il pubblico osservatore per il dolore e la voglia di vivere che vi è dentro.

Fausto Vernazzani

Voto: 5/5

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