London Boulevard (William Monahan, 2010)

Lungo il London Boulevard – di Fausto Vernazzani.

London Boulevard, dunque. Primo lungometraggio da regista per William Monahan, sceneggiatore premio Oscar per The Departed.

È d’uso, oggi, che chi scrive passi dietro alla macchina: con risultati eccellenti lo hanno fatto (primi che vengono in mente, buttati lì) Stephen Gaghan (Oscar perTraffic, poi regista di Syriana) e Tony Gilroy (autore della saga dell’agente Bourne e poi regista del meraviglioso Michael Clayton).

Ci prova anche Monahan, che probabilmente come sceneggiatore è migliore degli altri due colleghi (anche se London Boulevard proviene dal romanzo omonimo di Ken Bruen) ma poi, quando si tratta di “vedere”, ha meno idee.

Questo London Boulevard si avvale innanzi tutto di una colonna sonora libidinosa (Yardbirds, Bob Dylan, più qualche contributo originale di Serge Pizzorno, chitarra dei Kasabian) e di attori bravissimi (forse il meno ispirato è proprio Colin Farrell, alle prese con un personaggio per la verità un tantino monolitico).

La mano di Monahan

Ma la regia è decisamente qualsiasi, e visivamente non rimane impresso quasi nulla nonostante le location invoglino a una ricerca di immagini più attraenti: il direttore Chris Menges (che pure è talentuoso, con all’attivo, tra le tante cose, The Reader, Le tre sepoltureMission) si è preoccupato di rendere il livore della Londra non convenzionale ma non ha fatto impressionare sulla Kodak composizioni memorabili.

La storia di Bruen deve aver catapultato Monahan in una spasmodica immedesimazione creativa: c’è questo Mitchel che esce di galera e vorrebbe tanto tornare a condurre una vita normale e onesta ma, si sa, il crimine è più per sempre del Trilogy, e allora eccolo dentro gli ingranaggi mafiosi di Gant e alle prese con una vendetta vagabonda; l’elemento differenziante è il lavoro che comincia a svolgere il protagonista, cioè una sorta di consulente della sicurezza per una superdiva del cinema accerchiata da fotografi che sembrano avvoltoi; poi c’è il finale a sorpresa, che vale da solo il prezzo del ticket, che a Monahan deve aver fatto gola per la sapienza con cui si va a ripescare un filo narrativo di cui ci eravamo dimenticati.

Detto, quindi, dei pregi e dei difetti, chiudiamo con due perle. “Se non fosse per Monica Bellucci, sarebbe l’attrice più stuprata del cinema europeo” e “Ora sei un complice, è come essere sposati: è per sempre”. Questo è Monahan, quello vero.

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