Le Olimpiadi di Tokyo (Kon Ichikawa, 1965)

Le Olimpiadi di Tokyo e la pace nel mondo – di Roberto Manuel Palo.

Kon Ichikawa fu incaricato, nel 1964, di girare un documentario sulle Olimpiadi che si sarebbero svolte a Tokyo, le prime in terra d’Oriente.

Inizialmente il progetto fu affidato ad Akira Kurosawa, ma il regista declinò l’offerta e così la produzione virò su Ichikawa, regista che si era già cimentato con vari generi cinematografici.

Ichikawa tiene molto all’impatto visivo ed emotivo delle immagini e della musica e ciò si intuisce  sin dall’ apertura, dove viene inquadrato un sole al centro dello schermo con il nero sui lati, proprio come se fosse la bandiera giapponese.

Olimpiadi a confronto

Le Olimpiadi di Tokyo è uno dei migliori documentari sulle Olimpiadi e può paragonarsi a quello di Leni Riefenstahl su Berlino.

Eppure c’è una differenza fondamentale tra le due pellicole.

Mentre la Riefenstahl imposta il suo documentario sull’immagine dell’atleta superuomo dando importanza anche alla vittoria e, quindi, alla superiorità di un individuo sugli altri, l’opera di Ichikawa è un film sulla pace dei popoli.

Il narratore, con grande commozione, afferma che, per la prima volta, vede in un sol posto tutte le nazioni del mondo che si divertono e parlano tra di loro. Sostiene di vedere la pace e l’unità fra loro.

Tutti protagonisti: l’importante è partecipare

Per Ichikawa non conta soltanto il vincitore della gara, ma tutti gli atleti. Molte volte il regista indugia sugli ultimi classificati, tra cui l’atleta del Ciad, la cui delegazione era venuta a Tokyo con soli due atleti, che furono comunque ricevuti con grandi applausi e standing ovation del pubblico.

Nelle riprese della maratona, Ichikawa rappresenta benissimo la fatica nei volti, le difficoltà, le ferite degli atleti. Fu vinta da Abib Bekele per la seconda volta consecutiva, ma Ichikawa riprende l’arrivo di tutti, fino all’ultimo.

E il narratore dice:

“Il solo vedere che hanno corso per 40 Km e ce l’hanno fatta, mi fa uscire lacrime dagli occhi. Il mondo deve essere orgoglioso e fiero di tutti loro”.

Inoltre Ichikawa riassume una gara di salto con l’asta – durata più di nove ore – tra l’atleta statunitense Hansen e il tedesco Reinhardt descrivendola come un trionfo dello sport.

In qualsiasi sport rappresentato, non c’è traccia di dissidi. Poi, quando meno te lo aspetti, a pellicola quasi terminata, nella finale di Hockey su prato, si vedono Indiani e Pakistani che si danno a bastonate in testa.

170 minuti di pace

Le Olimpiadi di Tokyo ci mostra il trionfo dell’unità fra diversità. Tutti insieme si divertono e non hanno vergogna dei loro costumi, il giapponese fa le foto, l’italiano ha la gazzetta sotto braccio, il russo con la vodka, l’inglese che fa la battuta che non capisce nessuno, il cinese che copia l’inglese con la differenza che ridono tutti.

E domani si ritornerà al maccartismo, alla gara a chi arriva prima per la bomba atomica, alla questione palestinese. Ma per 15 giorni è stata festa grande. We’ll meet again at Mexico 1968.

Sono 170 minuti di pellicola che volano, grazie a immagini stupende come quelle della gara di ginnastica ritmica. Tutto merito di Ichikawa, che ci ha  regalato questo stupendo documentario. Sayonara!

See You Soon!

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