Inception (Christopher Nolan, 2010)

di Elio Di Pace.

Ne parleremo come se fosse un grande amore del passato, tutto fuoco e fiamme, di cui resta impresso un marchio, di cui resta una cicatrice di cui andar fieri. Non perché sia dimenticato o mummificato. Anzi, se ne parlerà ancora a lungo. Ma perché si tratta di un’esperienza che ha lasciato sedimenti profondi, e per andarli a rivisitare serve più il cuore, che il cervello.

Ci si sobbarca il pericolo di parlare di un film che potrebbe essere un menhir, la cui cima svetti alta sopra tante pietre miliari del primo decennio del terzo millennio.
Ci sono i puristi (termine antipatico, ma abbastanza ampio da includere sia gli incerti sia i più tenaci detrattori) che reputano ciò di cui andiamo a discutere un oggetto non significativo. Non est disputandum.
Il difficile sarà spiegare perché è significativo. Perché rimarrà.

Il 24 Ottobre i proiettori srotolarono in tutto il mondo Inception, creatura che Christopher Nolan portava in grembo da dieci anni. Il curriculum di Nolan denuncia una passione per lo scandaglio di tanti aspetti della psiche. La memoria in Memento. L’identità nei Batman. Il senso di colpa in Insomnia.
Bisognava andare più in fondo. Bisognava capire il marchingegno alla base.
Nolan non ha mai sbagliato nulla. È forse questo il motivo per cui su Inception pendevano tante aspettative. Ad alimentare le quali ha contribuito certo la presenza di Leonardo DiCaprio, attore ormai veramente grande.
Nolan non poteva sbagliare questo film. Bisognava badare a OGNI dettaglio. E allora è stata necessaria una preparazione scientifica, letteraria, figurativa, filosofica, tecnologica. Psicologica, naturalmente.
Cinematografica, naturalmente.
Perciò non serve un cervello di tre chili per vedere suggestioni di Escher (i “paradossi” che rimangono tali anche nel film), Borges, fino a 007, o Matrix.
Se si esclude l’immane casino di Reloaded e Revolution, Matrix-e-basta è un film cardine della fantascienza. Lì si trattava di una guerra con le macchine. In Inception la guerra è dentro di noi. La tragedia dentro, per dirla con Euripide. L’homo homini lupus, direbbe Hobbes.
Quindi: Matrix : Tencologia = Inception : Psicologia.
Questo è il motivo per cui Inception rimarrà.
Adesso possiamo raccontare.

DiCaprio è Cobb, sorta di agente segreto che si introduce nei sogni altrui per estrarre idee. Se Nolan avesse fatto un film sul suo mestiere ordinario, si sarebbe chiamato “Exception”, e avrebbe fatto sicuramente schifo. Cioè, chissene a un certo punto.
Ma a Cobb viene proposto da un magnate, tale Saito (Ken Watanabe), di “iniettare” un’idea in un rampollo dell’economia mondiale: fargli rifiutare un’eredità sconfinata per sbatterlo fuori dalla concorrenza.
Gli amici di Cobb pensano che sia una follia, ma lui accetta: primo perché in cambio gli viene offerta la possibilità di tornare dai suoi figli e far cadere delle accuse pesanti che lo costringono all’esilio, e secondo perché l’inception è una cosa che, in passato, ha già fatto.
Reclutata una squadra di specialisti (un’architetta di sogni, che costruisce i mondi onirici dove si svolgono i fatti, un falsario, abile nel cambiare personaggio a sua piacimento, e così via), entrano nel sogno di questo Fischer (Cillian Murphy), il ragazzo di cui devono cambiare il futuro. Ma la missione è dura per due motivi: il giovane miliardario ha il subconscio militarizzato, ovvero è in grado di difendersi dalle “invasioni”; e poi, per impiantare un’idea, bisogna andare in fondo. Assai in fondo.
Un sogno.
Nel sogno.
Nel sogno.
(E non finisce qui…)
Dopo aver elaborato un “labirintico” piano e aver studiato tutti i metodi per rimanere agganciati alla realtà, la squadra si immerge. Tantissimi ostacoli sono sul loro cammino, ma il più pericoloso è un germe antico della mente di Cobb, che quando fa la sua comparsa crea un sacco di magagne.
Fino all’amara conclusione. Che insinua nello spettatore tanti dubbi, non solo sul film.

Nolan non ha sbagliato film. Non ha lasciato nulla al caso. I calcoli sono esatti, tutto si incastra, la sceneggiatura è a orologeria nonostante il numero incalcolabile di rotelle e ingranaggi. E il bello è che non è difficile. È un film complesso, non complicato. È un film articolato, non dispersivo.
È un grande film, non un film grande. (E cercate di astenervi dal fare la battuta del pennello Cinghiale: qui si parla di Cinema).
E non fa nulla che non vincerà gli Oscar.
(In effetti, pensandoci bene, ci sarebbe da fare un sit-in davanti al Kodak Theater se non premiassero almeno Hans Zimmer).
L’importante è che ha allargato gli orizzonti. Il merito più grande di Nolan è che si è preso la briga di andare “oltre”, di mostrarci dei confini e farci vedere come il potere di un racconto, il potere dell’invenzione narrativa possa superarli.

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