Che ora è laggiù? (Tsai Ming-liang, 2001)

Tsai Ming-liang scandaglia l’anima di Parigi in Che ora è laggiù? – di Elio Di Pace.

Partiremo da lontano per parlare di Che ora è laggiù? di Tsai Ming-liang. Se la cosa vi secca, interrompete la lettura, ma un favore fatecelo e fatevelo: guardate il film, a prescindere.

Il lontano di cui parliamo (e di cui in un certo senso parla anche Ming-liang) è Parigi. Nel dettaglio: avete mai visto le foto di Doisneau o di Cartier-Bresson scattate nella Cité? Bambini che camminano con il fiasco di vino sottobraccio, osservatori di vetrine, avventori dei Jardin du Luxembourg?

Ebbene, l’occhio virtuoso dei due fotografi in questione (è ovvio che ce ne sono tanti altri, ma qui vogliamo essere raffinati assai) compone immagini talmente pregnanti e cariche di forme, piani, soggetti e oggetti da far diventare cinetico qualcosa che per sua natura è statico.

Inquadrare in profondità

A Tsai Ming-liang riesce il contrario: racconta la sua storia con dei long take che scandagliano talmente tanto il pro-filmico da riuscire a far intravedere l’essenza più profonda dell’Immagine. Lo spettatore assiste a un prodigio: il tempo si ferma, la kìnesis si pietrifica.

Sì, lo so, è una masturbazione mentale bella forte; se non avete smesso di leggere al secondo rigo, potete farlo ora. Però guardate il film, e vedete un po’ che succede.

Il venditore di orologi

Prima del fatto, il prologo: camera fissa su uno spicchio di tavolo in una striminzita sala da pranzo, in secondo piano una povera, piccola cucina.

Un signore si prepara da mangiare, porta in tavola il pasto, ma ha qualche dubbio, allora si accende una sigaretta, va a chiamare il figlio di nome Hsiao-Kang, poi torna a tavola, accende una sigaretta, poi torna in cucina, apre la finestra, aggiusta una pianta fuori. Questo signore morirà, e diverrà un’urna piena di cenere.

Il fatto è questo: a Taipei, Hsiao-Kang, che è un giovane venditore e riparatore ambulante di orologi, vede un’attraente signorina, Shiang-Chyi, avvicinare la sua bancarella e chiedere un orologio col doppio fuso orario. Hsiao-Kang le vende il suo personale, dopodiché la ragazza parte per Parigi, dove farà attraversare alla sua anima molti turbamenti.

Hsiao-Kang, a Taipei, vive circondato dalle ossessioni: la sua, per la ragazza e il suo “tempo”, e quella della madre, per il padre defunto. A ognuna, il suo rito: Hsiao-Kang cambia orari agli orologi e sposta le lancette sull’ora francese, la madre, invece, apparecchia ancora per tre e scruta le creature attorno a sé per scorgere la reincarnazione del marito.

Il tempo protagonista

È una storia sul Tempo che però usa l’Amore come cartina al tornasole. I tre epiloghi sono sotto il segno di Eros. Shiang-Chyi a Parigi sperimenta senza successo l’amore saffico.

Hsiao-Kang si concede una prostituta che, all’alba e lui dormiente, si porta via la  valigia con gli orologi. Il suo “tempo”, quindi, viene portato via dalla figura simbolo dell’amore che non contempla la durata, la maturazione, professionista del sesso estemporaneo e dimenticabile che non richiede coinvolgimento e quindi memoria, ricordo.

Memoria e ricordo che invece sono talmente violenti nella madre di Hsiao-Kang da farla esondare nella necrofilia spinta.

Per dirci tutto questo, Tsai Ming-liang confeziona un film paratattico. Ama i francesi, talmente tanto da ricorrere alla forma di citazione più radicale: il materiale di repertorio.

Dacché, ha una trovata geniale: Hsiao-Kang guarda a Taipei I 400 colpi, Shiang-Chyi incontra in un cimitero parigino Jean-Pierre Leaud. VERO. Però TML è pur sempre orientale, e non ha tutta questa voglia di muovere la cinepresa (magari gli piace Ozu).

Allora trova questo compromesso: i moduli della sua storia sono lunghe riprese fisse, ognuna di esse è un periodo; virgole, punti e due punti sono i gesti, gli sguardi, i giochi di fuoco. Long take che diventano staging.

Il taglio significa punto e a capo.

La deroga è nel metafisico finale: anche Shiang-Chyi sta per perdere la sua valigia, rubata silenziosamente dall’acqua. La salva un anziano taiwanese, che dopo averla raccolta si incammina verso l’infinito. E non oltre.

3 pensieri su “Che ora è laggiù? (Tsai Ming-liang, 2001)

  1. Devo rivederlo perché non me lo ricordo tanto bene, e Tsai Ming-liang non è un regista facile. Ricordo però che gli avevo preferito Il Gusto Dell’Anguria

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    1. Troppa grazia! Onore comunque al maestro Tsai Ming-Liang: aspettiamo con ansia che sia reperibile da qualche parte (anche a Fuori orario, magari) il suo “Madama Butterfly”.
      Continua a seguirci, e grazie ancora!

      BF

      Mi piace

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