Valzer con Bashir - Animazione not only USA

10 film d'animazione da vedere – Episodio II

Animazione: non solo USA | 2a parte – di Fausto Vernazzani.

Benvenuti all’Episodio II (il I è qui) dei 10 film d’animazione not made in USA da vedere. Questa volta andiamo avanti con altri 5 e solo uno giapponese, per cui vediamo un pezzo di mondo diverso dalle solite isole mandorlate.

Vorrei tanto poter offrire un po’ d’Italia, ma a parte il capolavoro Allegro non troppo di Bruno Bozzetto, che mi sento ugualmente di consigliare, per le sue somiglianze con l’idea disneyana di Fantasia (tutto si risolve solo in un diverso rapporto tra narrazione, disegno e musica), non c’è niente che renda questo film fondamentale come possono esserlo altri.

Per cui ecco a voi un po’ di Francia, d’Inghilterra, d’Israele… e ancora Giappone, come già detto!

Kirikù e la strega Karabà (Michel Ocelot, 1998)

Fino ad ora si è parlato di film dal sapore epico, dalle storie di mistero e di cose grandiose. Con Kirikù entriamo in qualcosa di più piccolo, più umile, ma come recita la canzone del film cantata da Yossou N’Dour, il piccolo Kirikù non sarà grande, però è coraggioso (Kirikù n’est pas grand, mais il est valiant).

Si parla di un villaggio africano in cui tutti gli uomini sono stati uccisi dalla Strega Karabà, eccetto uno solo, lo zio del piccolo Kirikù, appena nato e già straordinario come le circostanze della sua nascita: cammina, parla anche se ha poche ore di vita, ed è più furbo di chiunque altro.

Grazie alla sua forte curiosità, al suo farsi centomila domande per ogni cosa, riesce di volta in volta a tirare fuori dai guai i suoi compagni.

Ocelot è una delle teste migliori del cinema d’animazione, insieme a Chomet creano un fantastico duo in Francia, ma è il primo quello attivo da più tempo, con già quattro lungometraggi nella sua filmografia (Principi e Principesse, il sequel di Kirikù,Kirikù e gli Animali Selvaggi e il bellissimo Azur e Asmar) e uno stile inconfondibile.

Non c’è computer grafica, ma solo disegni perfettamente bidimensionali che sovrapposti creano una sorta di teatro delle marionette in 2D, con effetti stupendi, quasi da dipinto.

Non è però soltanto nello stile che si distingue, ma anche nella scelta delle sue storie, quanto di più vicino alla realtà delle fiabe, al contrario della Disney che ne prende i nomi tanto quanto le distanze, l’esatto contrario di Ocelot, che qui ci racconta una storia che incita il farsi domande, l’essere curioso e gentile con chiunque, persino con il nemico. Il quale, talvolta, può trasformarsi in qualcosa di molto simile all’amore.

Appuntamento a Belleville (Sylvain Chomet, 2003)

Molti film ti fanno sognare di essere come i protagonisti che si muovono sul grande schermo, Belleville invece no: ti fa desiderare di avere affianco a te quelle persone immaginarie. La dedizione di Nonna Souza verso il suo nipotino Champion, l’affetto che lei prova per quel bambino bruttino e la passione che ci mette per aiutarlo nel suo sogno di diventare un grande ciclista, e infine il coraggio per andare a salvarlo dalla Mafia Francese con l’aiuto di una gamba più corta dell’altra e del Trio di Belleville che negli anni ’20 faceva grande musica.

Non sono i soliti disegni che mirano a perfezionare il personaggio, tutt’altro: quelle persone che vediamo sono mostruose e rappresentate esternamente nei loro difetti; vediamo così nasi giganteschi, esseri topiformi che invece di parlare squittiscono, movenze ai limiti del ridicolo, ma, appunto, quello che Chomet cerca di far risaltare è la persona in sé: il loro valore sta nella bontà delle loro azioni – anche se un po’ folli come il Trio di canterine senili – ma non han perso la loro grinta.

Alla fine vedrete uscire dallo schermo puro miele, pochi secondi d’infinita dolcezza. Candidato meritatamente al Premio Oscar, e chissà se forse non avrebbe meritato di vincerlo più del pur bellissimo Alla Ricerca di Nemo, fu nominato anche per la Miglior Canzone Originale, Belleville Rendez-Vous. Adesso il film è finito (vedrete e capirete).

The Place Promised In Our Early Days (Makoto Shinkai, 2004)

Personalmente ritengo che definire un autore come “il nuovo Tizio” sia una sorta di forma dispregiativa nei suoi confronti, e che riuscire a trovare tanto facilmente un paragone è come sminuire l’opera di qualcuno. Dunque dire che l’astro nascente Makoto Shinkai sia il nuovo Miyazaki è tanto offensivo quanto sbagliato.

Sin dai suoi primi lavori come She and her Cat La Voce delle Stelle, Shinkai ha utilizzato uno stile registico ben lontano dal normale. È malinconico, nostalgico, sofferente, l’immaginaria macchina da presa che ha in mano ogni Regista di film d’animazione si muove con la lentezza di una vita morente.

Tutto ciò che può cogliere è come quello che può vedere un uomo costretto a terra: si tratta di osservare la vita puramente attraverso gli occhi scendendo così alla pura e semplice essenza del cinema, che in fin dei conti è quella di spiare.

In questo suo primo lungometraggio Shinkai riassume la sua poetica raccontando la storia di tre ragazzi, Hiroki, Takuya e la dolce Sayuri, e di una promessa. Il Giappone di The Place Promised In Our Early Days è quello di una realtà alternativa in cui dopo la Seconda Guerra Mondiale tutto è stato diviso in due zone d’influenza, una statunitense ed una russa.

I nostri protagonisti sono nella prima ed osservano da lontano l’isola di Ezo, prima Hokkaido, dove si trova una torre che svetta fino ed oltre le nuvole. Ed è quella immensa costruzione il posto che i tre si sono promessi di visitare, sapere cos’è quella torre volando verso di essa con un aereo costruito da loro stessi.

Ma la scomparsa di Sayuri divide i due ragazzi che andranno verso strade differenti. E tuttavia il mondo può proseguire nel suo cammino, può cambiare con la forza delle scelte, scegliendo una delle numerose realtà alternative a disposizione, esattamente come quella rappresentata da Shinkai.

Da notare anche la colonna sonora, con il brano per piano e violino Beyond the Clouds.

Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro (Nick Park, Steve Box, 2005)

Nella scelta di questo film qualcuno potrebbe dirmi “Brutto deficiente di un comodino, ma c’è la DreamWorks a produrre” ed io ho fatto questa lista per evitare case di produzione americane come quella… beh no, anche se compare nei titoli di testa il solito bambino Sampei pescatore, la DreamWorks è solo la casa di distribuzione, per cui non confondiamo.

Chi produce è l’Aardman Studios della Gran Bretagna (gli stessi di Galline in Fuga, per intenderci), nota per i suoi lavori in stop-motion e i suoi personaggi più famosi – la coppia uomo-cane Wallace & Gromit.

Già protagonisti di una serie di medio-metraggi Wallace e il suo cane Gromit quando sbarcano nelle sale si accaparrano anche un premio Oscar al miglior film d’animazione (ma personalmente Miyazaki avrebbe dovuto vincerlo con l’eccezionale Il castello errante di Howl) dopo numerose candidature negli anni passati per categorie inferiori.

La storia è quella di Wallace, un drogato di formaggio e del suo intelligente cane Gromit, i quali gestiscono una ditta di disinfestazione, la Anti-Pesto, che cattura i conigli che sbranano le verdure di un vicinato pronto alla fiera di ortaggi di Lady Tottington. Ma ecco che spunta un gigantesco coniglio mannaro a rovinare la vita del duo anti-dentuti.

Non è certo un film capolavoro, non è eccezionale come gli altri di cui si è già parlato e si parlerà, ma la sua verve British, l’eccezionale gioco d’animazione con la plastilina e una trama abbastanza avvincente ne fanno un film effettivamente da premio.

Gli ultimi minuti di puro action-movie andrebbero probabilmente ricordati tra le migliori scene d’azione degli ultimi anni e l’intero film offre sicuramente qualcosa di meglio di tanto pattume spacciato per grandiosità (Kung Fu PandaBee MovieCattivissimo Me).

Valzer con Bashir (Ari Folman, 2008)

Nel 1982 Israele era in guerra con il Libano. Bashir era il leader dei falangisti Libanesi, assassinato in quell’anno durante la guerra e, dopo quest’evento, nei campi di Sabra e Shatila successe qualcosa che il mondo vorrebbe far dimenticare.

A Sabra e Shatila vivevano i rifugiati Libanesi e Palestinesi, civili che non avevano niente a che fare con la guerra, protetti dalla truppe israeliane che circondavano l’area, eppure plotoni di falangisti entrarono e li sterminarono sotto gli occhi di Israele che non mosse un dito per salvare centinaia, forse migliaia di persone innocenti.

Ari Folman (regista e protagonista del film) all’epoca era un ragazzo di soli 19 anni, soldato israeliano. Ora, nel 2006, soffre di incubi tutte le notti e non capisce da dove vengano, finché uno psicologo gli spiega che potrebbero essere legati alla sua esperienza in Libano.

Non ricordando assolutamente nulla di ciò che ha vissuto laggiù, parlando con i suoi vecchi compagni, giornalisti e altre persone coinvolte nella guerra libanese, ritrova un po’ alla volta la memoria e rivive quei momenti in scenari tanto reali quanto onirici, fino a che ricorda tutto, ogni istante di ciò che accadde a Beirut nel settembre di quell’anno.

Folman rivive la sua storia con la forma di un documentario animato per scegliere di mostrare non solo la realtà, ma anche il crimine che è stato compiuto nei confronti del sogno e del suo immaginario.

I suoi stessi sogni sono ormai corrotti da qualcosa di talmente terrificante che la sua mente gli ha preferito l’oblio. Capolavoro su cui non si dovrebbe neanche discutere. Capolavoro che andrebbe fatto vedere nelle scuole non per ricordare, ma per imparare. Capolavoro e basta.

L’outsider

A questo punto siamo arrivati a 9, ma l’ultimo film, non distribuito in Italia (e quando mai distribuiscono la roba buona qua) merita molte parole in più, merita molte immagini e merita di essere vissuto come qualcosa di più di una semplice chiacchiera fattaci sopra.

Meriterebbe un vero e proprio studio, ma bisogna anche dire che va meritato di essere visto, perché la sua bellezza va colta e non è affatto servita. Per cui ci vediamo alla prossima puntata, dritti in Irlanda.

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