L'appartamento spagnolo (Cedric Klapisch, 2002)

di Fausto Vernazzani.

Se Jeff Schaffer avesse voluto fare di Eurotrip un film serio e intelligente probabilmente avrebbe modificato la sua storia e l’avrebbe resa all’incirca come L’appartamento spagnolo di Cédric Klapisch. Il risultato sarebbe stato ovviamente obbrobrioso proprio come il film francese del 2002, perché non è materiale per riuscire a creare qualcosa di decente, o forse è il cervello del regista/sceneggiatore che proprio non andava bene.

Diciamocelo francamente, se volete vedere un film con un protagonista antipatico, pieno di stereotipi, con un casting di attori che dovrebbero interpretare giovani studenti universitari e poi la più giovane ha 25 anni, con una serie di forzature che potrebbero far arrabbiare persino il peggior regista italiano (il cinema italiano è maestro nel creare film come se avessero davanti una scatola di mattoncini Lego) allora la vostra scelta ricadrà inevitabilmente su L’appartamento spagnolo.La storia è quella di Xavier (un buon Romain Duris), un ragazzo pronto a lavorare al Ministero dell’Economia, ma che a causa del suo futuro mestiere è costretto a partire in Erasmus per la Spagna per studiarne la lingua, la cultura e l’economia. Lì vivrà una serie di noiose avventure/disavventure, avrà una relazione con la moglie di un neurochirurgo di cui è amico, romperà l’anima ai suoi coinquilini, e tratterà di BIP tutti i suoi cari che ha lasciato in Francia (tra cui una giovane Audrey Tatou nel ruolo della fidanzata Martine).

L’intento del film di Klapisch lo si capish (ahah come sono simpatico – Uccidetemi, vi prego) quando Xavier andrà a vivere nel famoso appartamento del titolo, dove vi sono altri studenti stranieri, tranne una spagnola, provenienti da mezz’Europa. C’è l’italiano Alessandro, l’inglese Wendy, il tedesco, il belga e poi un’altra francese lesbica che si porterà dietro Xavier per motivi tutt’altro che filantropici. Con questa varietà di culture Klapisch vuole quasi portarci a comprendere ciò che siamo allo stato primordiale, un’unica identità suddivisa in varie culture che però si avvicinano tutte l’una all’altra e per convivere bene insieme devono accettarsi l’un l’altra.

Eppure ciò che riesce a trasmetterci il regista in certe scene è esattamente l’opposto. Con il personaggio del fratello dell’inglese Wendy che rompe l’anima a tutti con dei comuni stereotipi, sembra volerci dire che è stupido classificare la gente in termini così superficiali, eppure per tutta la lunga – troppo lunga – durata del film sembra voler dire esattamente anche l’opposto. La ragazza inglese è rigida e distaccata, anche se poi si “apre”, i francesi sono degli snob insopportabili, l’italiano è disordinato ed idiota e infine il belga e il tedesco sono delle imbalsamate mazze di scopa.  Insomma il film è come un duo di mulini le cui pale tozzano l’una contro l’altra ad ogni giro, mostrandoci una pellicola fatta di incoerenza e di ingranaggi.

Ingranaggi perché la costruzione del film è letteralmente meccanica, l’uso smodato dello split screen che lo rende particolare e quasi apprezzabile, suona come un’ulteriore volontà di montare il film in modo schematico. Problema finale è che questo film vorrebbe essere tanto una commedia quanto un film serio, ma non riesce ad essere nessuno dei due, portando lo spettatore a trasformarsi in un clone di Steven Seagal, attore ed essere umano noto per essere affetto da una grave forma di paresi facciale che non gli consente di cambiare espressione nemmeno se lo stessero stuprando nell’ombelico con un frullatore. Il mio consiglio è dunque quello di scegliere di vedere un altro film, a meno che non volete farvi del male.

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