Yoyochu in the Land of the Rising Sex (Masato Ishioka, 2010)

di Fausto Vernazzani.

Come qualcuno può aver immaginato leggendo qua e là quello che ho scritto e che scriverò (Rocco verrà. In tutti i sensi) ho tendenze maniache nei confronti di certi argomenti e tra tante cose da vedere, e per cui spendere, ho scelto di vedere codesto film al Festival del CinemaYoyochu-sex to yoyogi tadashi no sekai (Tradotto in italiano come Yoyochu nella terra del sesso levante). Che cavolo di film è e che cavolo ti vai a scegliere, brutto imbecille, vi direte voi. In occasione della retrospettiva sul cinema giapponese, i responsabili del focus hanno chiamato il regista Masato Ishioka per presentare il suo documentario su uno dei pilastri del cinema porno giapponese, tal Tadashi Yoyogi.

Il sottoscritto apprezza ampiamente la scelta di mostrare un film retrospettiva su un autore che ha fatto del sesso la sua carriera, è bello vedere che ogni tanto si ritenga degno un certo tipo di “arte” per essere presentato ad un festival. In ogni caso qualunque cosa voi stiate pensando sul tipo di film fatti da questo Yoyogi, vi sbagliate. Prima di commentare i contenuti però vorrei dire che questo documentario è fatto abbastanza coi piedi. Il regista Ishioka non si è preoccupato minimamente di dargli un aspetto estetico quanto meno decente (un minimo di fotografia durante le interviste avrebbe dato al tutto un aspetto meno amatoriale, a meno che non volesse citare quello che potremmo definire il nuovo “cinema indipendente” del porno), ma più di tutto diverse scelte sono assolutamente orrende, stacchi di montaggio su didascalie che compaiono per pochi secondi in contemporanea al dialogo di qualcuno degli intervistati, o musiche che partono e durano una frazione di secondo per poi riscomparire nel nulla dopo un istante. Insomma sembra fatto da un pirla qualunque con un qualunque movie maker.

Ma veniamo a Yoyogi (classe 1938) e dimentichiamoci di Ishioka (“che è meglio!” disse un saggio puffo tanto tempo fa), e parliamo di ciò che ha fatto. Ripreso gente che tromba. Non proprio. Per una buona mezz’ora il film ci ammorba mostrandoci anno per anno quella che è stata la vita di Yoyogi, ovvero quella di un ragazzo problematico poi affiliatosi alla Yakuza, finito in carcere e poi eccolo lì chissà come riuscito ad entrare nel giro dei pink-movie, ovvero pellicole di stampo erotico che più che mostrare alludevano, in certi casi molto esplicitamente soltanto senza far vedere gli “organi riproduttivi maschili e femminili (in questo caso non per forza riproduttivi) che si scambiano affettuosità”. Da quel momento si consacrerà al sesso. Ecco però che dopo questo preambolo cominciamo a vedere qualcosa di veramente strano nelle ricerche sulla sessualità del mandorlato pornomane. Ipnotizzatori che mandano in ipnosi le ragazze per farle raggiungere l’orgasmo senza un rapporto, serie di film solo su donne e vibratori, porno-attori che dopo l’eiaculazione svengono – e questa scena è assolutamente da vedere – locandine con polipi di dimensioni considerevoli attaccati a vagine, quindi se avete avuto sogni erotici con l’ex-sexy polpo Paul in cui lui faceva l’idraulico e voi la dolce casalinga alle prese con una vongolata, sembra che non siate gli unici, ma soprattutto, valanghe di attori che dopo l’orgasmo si danno a pianti e contropianti come se non avessero mai provato la felicità in nessun modo prima di allora.

Quello che possiamo capire da questo film è che Yoyogi non ha semplicemente fatto fare sesso a qualche persona davanti ad una videocamera, ma ha tentato di collegarli nell’intimo e soprattutto nella loro spiritualità (esperimenti di channelling ad esempio, ovvero persone che fanno sesso da una parte ed altre da sole che godono come se fossero loro a farlo, il che da vedere fa di certo uno strano effetto), cosa che iniziò con quei massaggi erotici alle porno-attrici, dando il segno di un autore che ha visto nell’orgasmo femminile la cosa più importante in quel genere di film, tranne quando poi scopre l’orgasmo maschile causato da una massaggiatrice anale in scene che sembravano torture da campo di concentramento e questo sconsiglio di vederlo a chi non ha stomaco o semplicemente non vuole avere incubi ogni notte per ciò che ha visto… ho paura.

Non so quanto effettivamente vi interessi tutto ciò, ma visto che in fin dei conti mezzo mondo ha almeno un porno nascosto in qualche ‘Nuova Cartella’ sul proprio computer, può darsi che qualcuno di voi abbia visto qualche lavoro di questo folle giapponese di 72 anni e si fosse chiesto “Oh mio dio, ma che ca*** è?”.

p.s. se qualcuno ha quello dov’è coinvolto il polipo, per favore speditemelo in qualche modo, che devo vedere che razza di film è. Altro che i cavalli di Cicciolina.

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