Teatro di guerra - CineFatti

Teatro di guerra (Mario Martone, 1998)

Volendo fare un bilancio del dare e dell’avere, diciamo che non è stato Mario Martone a rivolgersi al Cinema per esprimere la sua personalità, ma è il Cinema che ha avuto bisogno di Martone per dire cose nuove e riscoprire cose antiche. E prima di quest’’incontro, il regista napoletano aveva già fatto avanguardia a teatro con il gruppo Falso movimento, propaggine definitiva del Teatro Immagine.

Teatro di guerra è un esempio raro di cinema italiano (ma anche allargando gli orizzonti lo si potrebbe inserire in un club esclusivo) in cui si confondono set e palcoscenico, in cui non si capisce se sono gli attori a stare al guinzaglio della cinepresa o è la cinepresa che si affanna dietro agli attori. È qualcosa che sta in mezzo.

Genesi: nel 1996 il Mario Martone regista teatrale prepara l’’allestimento de I sette contro Tebe, tragedia di Eschilo appartenente alla trilogia che racconta il mito dei Labdacidi, ma gli altri due frammenti, Laio e Edipo, non ci sono pervenuti. Il simpatico Mario ne filma le prove in Super 16, perché non si può mai sapere.

In men che non si dica, il Mario Martone autore cinematografico estrapola da questo archivio la sceneggiatura del film.

Trama: il simpatico Leo (in cui Martone ha voluto infondere un bel po’ di sé, con Andrea Renzi da tramite per la trasposizione) vuole mettere in scena una tragedia greca. QUELLA lì. Però decide di raccontare l’assedio di Polinice e i suoi capitani alla città difesa dal di lui fratello Eteocle spogliando i protagonisti di spade, scudi e tuniche e equipaggiandoli con mimetiche e fucili, e portare il baracchino a Sarajevo.

E sono anni, quelli, in cui piovono bombe dalla mattina alla sera. Leo e la sua compagnia lo sanno (ma vorrebbero non saperlo). Lo sa, e di certo non si fa problemi a dirlo, Franco Turco (un Toni Servillo di fuoco), direttore di un teatro STABILE, che invece sta preparando La bisbetica domata. Leo si rivolge a lui e ottiene: 1) il probabile inserimento nel cartellone dello stabile per l’’anno successivo e 2) la partecipazione di un’’attrice scaricata dallo Shakespeare: Sara Cataldi è il suo nome, Anna Bonaiuto il suo volto e il suo corpo, sorta di canone della bellezza elegante made in Naples.

Barricati (a livello di spranghe alle porte) in uno stanzone dei quartieri spagnoli (ah, ecco), i ragazzi fanno queste prove emozionanti, quasi selvagge, con una partecipazione tale che la polizia non esita a fermarli quando scendono in strada con le armi di scena e vengono scambiati (attenzione qui) per i criminali veri della zona. Anche perché mentre sottoterra si consuma la tragedia finta, in strada vanno in scena le tragedie vere, quelle coi morti ammazzati davanti a tutti.

Finale (con SPOILER): il signore che li avrebbe dovuti accogliere a Sarajevo muore alla vigilia del viaggio e Leo confessa alla sua prim’attrice che non si parte più. Da qualche altra parte, invece, il sipario si apre allegramente su Shakespeare.

Il pregio del cinema di un intellettuale (e Martone è un intellettuale finissimo) è che non c’è mai il pericolo di cedere alla trappola dell’ovvio e del cliché. E così la pizza e il mandolino sono relegati in vicoli accuratamente tenuti lontani da questo film; il dosaggio di guerra nelle strade (che avrebbe potuto far ingolosire qualche altro sprovveduto, che magari avrebbe dato vita a uno specie di scugnizzi-western) è azzeccatissimo, senza sceneggiate disperate e grida sguaiate delle massaie affacciate ai balconi.

Questo è il secondo lungometraggio di Martone (presentato a Un certain regard a Cannes, dopo Morte di un matematico napoletano premiato a Venezia nel ‘‘93), ma il regista napoletano sembra essere nato con una mdp tra le mani: la muove quando altri la terrebbero ferma, e viceversa. La recitazione è goduriosa: attori a briglia sciolta, non si sa se improvvisino o sanno le battute troppo bene, sta di fatto che si vede che stanno pensando a quello che dicono. Toni Servillo, istrionico e disinvolto, fa da contraltare ad Andrea Renzi, misurato e asciutto come era stato egli stesso quando doveva tenere il passo del tormentato Carlo Cecchi/Renato Caccioppoli.

Inutile sbattersi per cercare di capire come mai questo film abbia fatto prendere la polvere ai botteghini. L’importante è che aprendo il Morandini si possa leggere questa frase: “Il più bel film italiano degli anni ’90”.

Elio Di Pace

Voto: 5/5

 

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