Che fine ha fatto Osama Bin Laden? (Morgan Spurlock, 2008)

di Fausto Vernazzani

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana nell’anno 2004, tal Morgan Spurlock si rese famoso infilandosi in bocca una tonnellata di patatine del McDonald. In quell’anno Spurlock realizzò, curò la regia ed “interpretò”, il documentario SuperSize Me, in cui il nostro amico baffuto si sottopose ad una dieta a base di McDonald per la bellezza di 30 giorni di fila, 3 pasti al giorno, per dimostrare gli effetti sulla salute che ne sarebbero derivati. Ebbe successo, l’originalità ed il coraggio con cui trattò l’argomento – rischiò effettivamente danni permanenti al fisico – gli diedero la giusta notorietà, e dopo ben 4 anni ecco che ritorna sulla scena con Che fine ha fatto Osama Bin Laden?.

Così come fu per il primo film, anche qui sua moglie ha uno spazio non indifferente, evolvendosi questa volta in vero e proprio punto di partenza per una questione fondamentale: aspetta un figlio, dunque, come garantire una vita sicura al proprio futuro pargolo in dirittura d’arrivo? L’impossibilità di controllare anche i più piccoli pericoli domestici lo terrorizza al punto da chiedersi come potrebbe proteggerlo da cose ancora più incontrollabili come lo stesso uomo più ricercato del mondo, Osama Bin Laden.

Come soluzione si propone di andare lui stesso alla ricerca del Terrorista Numero 1, lasciando così la moglie gravida a casa per intraprendere un viaggio che lo porterà prima in Egitto, poi in Marocco, in Palestina, in Israele, Arabia Saudita, Afghanistan e Pakistan, correndo tutti i rischi dei luoghi per cui si è appositamente addestrato in patria.

Il film sembra quasi seguire uno schema da action-movie inizialmente, paragone fatto anche dallo stesso regista, tant’è che segue quello che è effettivamente uno schema di base di film che prevedono proprio gli elementi di inizio film come Riconoscimento del Pericolo-Consapevolezza del proprio Ruolo-Addestramento.

In sostanza, di Che fine ha fatto Osama Bin Laden? negli USA ce n’era bisogno, la maggior parte del cinema hollywoodiano si limitava e si limita tutt’ora a mettere in campo il musulmano come il nemico, e nei casi migliori come l’amico stupido degli statunitensi. Spurlock abbassa il confronto ad un dialogo tra pari a pari, infilandosi nei mercati e parlando con la gente comune o con giornalisti, azzardando persino un incontro con un parente prossimo di Al-Zarqawi (Numero 2 di Al Qaeda) in Egitto. Tutto questo per dimostrare come il nemico da noi tanto odiato e temuto, non è altro che un insieme di persone che non desiderano altro che la stessa cosa che vogliamo noi: un posto sicuro per i nostri figli, un’istruzione, l’amore della famiglia e una società che cerchi il rispetto verso il prossimo e non un bombardamento continuo ed indiscriminato.

Non possiamo paragonare Spurlock a Michael Moore, tuttavia se da un lato l’autore di Fahrenheit 9/11 vuole informarci su quanto accade, su chi è il nemico, su come realmente vanno le cose basandosi su fatti precisi, Spurlock cerca esplora la realtà umana, i motivi per cui non dovremmo avere alcun bisogno di tutte quelle informazioni per comprendere lo stato delle cose.

La risposta è nel dialogo, nell’incontro faccia a faccia e nell’assenza di pregiudizio. Il documentario quindi sembra più una chiacchierata amichevole, a volte condita con dei bellissimi esempi di cinema con inquadrature splendide dei luoghi che si trova a visitare, come le stesse montagne rocciose dove si nascondeva Bin Laden ai tempi dell’invasione, oppure il bagno di quella sottospecie di bufali cornuti (quando prenderò una laurea in zoologia magari vi dirò che bestie sono) vicino alla ferrovia, il tutto accompagnato dall’ironia del protagonista così come l’avevamo vista già nel suo precedente lavoro.

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