Il Labirinto del Fauno (Guillermo del Toro, 2006)

di Roberto Manuel Palo.

Ancora la commozione mi pervade dopo aver visto questo film e la ninna nanna di Mercedes alla piccola Ofelia rimbomba nella mia mente. Il Labirinto del Fauno di Guillermo Del Toro è una pellicola bellissima, un autentico capolavoro del cinema fantastico.

Ambientato in Spagna nel 1944 quando i franchisti stavano demolendo anche le ultime resistenze, parla di Ofelia (Ivana Baquero) che, con la mamma Carmen (Ariadna Gil), viaggia per raggiungere il patrigno Vidal (Sergi López), Capitano dell’esercito di Francisco Franco. Lei odia il patrigno e cerca di aiutare la madre, molto malata a causa di una gravidanza difficile. Per questo cercherà rifugio e nuove speranze in un mondo fantastico, dove un Fauno (Doug Jones) le annuncia che ne sarà la principessa se supererà tre difficili prove.

Ofelia è una bambina che crede di poter diventare una principessa. Ciò le fa pensare d’essere un pelino superiore agli altri. Un giorno la mamma le dice: “Ofelia, stasera starai in camera tua senza cena, mi hai deluso molto e hai deluso anche tuo padre” “Vuoi dire il capitano?” “Lui soprattutto“. A questa frase finale, lei ne sorride, primo perché lo odia con tutto il cuore e tutto quello che vorrebbe è essere il suo opposto e, secondo, perché pensa: “E che me frega, tanto fra poco sarò principessa. Ti farò vedere io quanto ti farò rimanere senza cena a te e a quel pallone gonfiato di Vidal. Già immagino la scena di me che mi ingozzo davanti alle vostre bocche sbavanti“.

L’esercito che combatteva la resistenza sotto casa loro, la guerra non ancora finita, l’amica Mercedes, ribelle infiltrata, che metteva in pericolo la sua vita e, infine, la madre, sposatasi con un superbo cretino assetato di potere, dopo essere stata felicemente sposata con un sarto morto in guerra che magari era solo assetato e basta. Per una bambina è fin troppo da sopportare. Meglio tollerare un fauno che ti dice che devi affrontare una rana nel ventre di un albero melmoso per recuperare una chiave. Quando ti trovi dinanzi a un grosso rospo che mangia uno scarafaggio e ti fa un rutto talmente potente e lungo che sembra abbia bevuto sei litri di Coca-Cola e poi se ne mangia un altro e appassisce vomitando una poltiglia di torta alla crema con una chiave, cosa vuoi di più dalla vita?

Insomma, per Ofelia, il vivere nel mondo dei fauni e delle fate è l’unica via di fuga da quella vita da bambina che tutto aveva, tranne che gli standard dell’infanzia. La mamma le dice che sta crescendo, deve smettere di credere alle fate e alla magia e la piccola vorrebbe rispondere dicendo che ha sette anni, è ancora una bambina.

Regia perfetta, montaggio perfetto, colonna sonora perfetta, magazzinieri perfetti, addetti alla pulizia perfetti. Tutto perfetto. Non è una favola per bambini, è una favola per chiunque. Del Toro ama fare delle rivisitazioni storiche in chiave fantasy-horror e posso assicurare che questa è una delle migliori. Per 2 ore si rimane col fiato sospeso e nella speranza che Ofelia riesca ad ottenere il titolo di principessa per vederla fuggire da quel terribile scenario fatto di guerra, angoscia e solitudine. Tuttavia in cuor nostro sappiamo quale sarebbe stato l’unico modo per scappare dalla valle di lacrime in cui era intrappolata e per questo la commozione ci pervade anche dopo la fine della pellicola. Una commozione dovuta alla tristezza per ciò che accadrà, ma anche ad un pizzico di gioia.

Un film che va visto in tutto il globo.

See You Soon!

 

2 pensieri su “Il Labirinto del Fauno (Guillermo del Toro, 2006)

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