Time (Kim Ki-duk, 2006)

di Francesca Fichera.

Nel cinema delle idee del coreano Kim Ki-Duk si fa largo, con Time, l’incommensurabilità del Tempo e dei sentimenti. Quello stesso Tempo che per l’esile Seh-hee (Sung Hyun-ah), terrorizzata dall’idea di non riuscir più ad attrarre il compagno Ji-woo (Ha Jung-woo), rappresenta un nemico da battere in fretta: per questo motivo sceglie di sottoporsi ad una delicata operazione al viso in grado di renderla irriconoscibile. Fingendo di essere un’altra, si ripresenta a Ji-woo, finendo con lo sconvolgere la vita di entrambi.

Ciò che segue è un girotondo tragico, ai confini del melodramma, disseminato di simboli angoscianti, testimonianze metaforiche tanto dell’immobilità dei ricordi quanto della caducità della loro bellezza: nella forsennata ricerca reciproca dei due amanti v’è ciclicità, rivisitazione – come dei luoghi della mente, così di quelli fisici. Seh-hee e Ji-woo, inconsapevoli l’uno della presenza dell’altra, si ritrovano continuamente: al parco delle sculture, al bar, sulle scale della metro; ma anche nell’intimità delle proprie case, in camera da letto, fra le lenzuola. Filo conduttore della memoria, un’interminabile serie di fotografie, rubate, nascoste, ma pure incorniciate. Il flash della macchina, fondamentale intercalare, è occhio nell’occhio, doppia soggettiva: reca in sé l’illusione e, forse, la presunzione di voler creare un’immutabilità che non esiste.

Kim Ki-Duk si sofferma sull’immagine nel suo senso più largo, quasi esasperandone i caratteri: le estreme angolazioni delle riprese descrivono un amore angusto, incapace di uscire da se stesso; il ripetersi di ambientazioni e azioni, colte dal medesimo punto di vista – in primis la statua a forma di mano, teatro tanto dell’inizio quanto della fine di una condivisione – è la rappresentazione più viva di quel labirinto di abitudini che gli innamorati – non soltanto gli interpreti – si rifiutano di abbandonare. Del resto, le cadute di tono non mancano – soprattutto per quanto riguarda la recitazione dei due attori principali. Ma viene da chiedersi se sia o meno evitabile sfiorare il patetismo in materia sentimentale: specialmente se a quest’ultima si sovrappongono gli ostacoli (talvolta insuperabili) provocati dallo scorrere degli anni. In questo, la pellicola dell’eccellente regista coreano si conquista il merito di spalancare le porte del dubbio e della discussione su questioni di enorme portata. Con troppe lacrime, probabilmente, ma tuttavia serbando il potere dello sguardo, della scena muta – riscontrabile in un altro suo splendido film, Ferro 3 – , del dizionario simbolico. Se lo si legge sotto quest’ottica, Time apparirà molto meno disperato di quanto il suo terribile esito possa far pensare: lascerà un colore, due corpi in pietra blu che si intrecciano distesi sulla sabbia. Nodi o nuvole? Dipende da come, da dove, dal perché si guarda.

2 pensieri su “Time (Kim Ki-duk, 2006)

  1. Pingback: Soffio
  2. Pingback: Pieta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...