Lady Macbeth - CineFatti

Lady Macbeth (William Oldroyd, 2016)

Molto rumore per nulla nella Lady Macbeth di Oldroyd.

“Immaginate Cime Tempestose diretto da Hitchcock” (Eric Kohn, Indiewire). Poche definizioni furono più deludenti e inopportune di questa a proposito di Lady Macbeth, opera prima dell’acclamato regista teatrale britannico William Oldroyd, tratta dal romanzo di Nikolaj Leskov Lady Macbeth nel distretto di Mcesk e presentata in concorso al Toronto International Film Festival.

Il romanzo della Brontë è sospirato in sottotraccia dai paesaggi grigi e mortiferi delle campagne inglesi di inizio Ottocento ma la sua eredità si limita all’ambito scenografico, tutt’al più estetico (di certo, però, alla scrittrice inglese poco sarebbe importato del fattore estetico). Mancano i fantasmi del passato, i sussulti inquieti della passione amorosa, i dialoghi che fanno procedere l’azione.

Una tragedia svuotata

Il dramma è un dramma senza parole, cioè un dramma vuoto. Sarebbe più adeguato dire “Immaginate una tragedia greca senza monologhi, senza dialoghi e senza coro”. La fotografia è assolutisticamente teatrale: i personaggi si incastrano perfettamente nella loro scena-habitat ma sono così immobili nella loro agonizzante staticità che finiscono per sembrare parte dell’arredamento.

Questo ostinato rifiuto all’azione, poi, non è nemmeno programmatico. “Nella letteratura di quel periodo,” Oldroyd osserva “donne come Katherine tradizionalmente soffrono in silenzio, svaniscono o si tolgono la vita. Ma qui abbiamo una giovane protagonista che combatte per la sua indipendenza, decide il proprio destino con cruda violenza”.

Pathos evanescente

Il regista, quindi, sembra totalmente inconsapevole dell’inconsistenza tragica e umana del suo personaggio. La bellissima e glaciale Katherine (Florence Pugh) uccide, tradisce e seduce, in nome di una violenza iper-teatrale fine a sé stessa, quando dovrebbe amare, tormentarsi, rigenerarsi.

O siamo di fronte a un’insormontabile incoerenza di significati o a un naufragio della caratterizzazione, travolta e soffocata da un inutile codice estetico privo di contenuti. Negli anni Trenta Stalin bandì come sovversiva l’opera di Shostakovich che si ispirava alla stessa novella; oggi neanche il regime più invasivo avvertirebbe la necessità di censurare la Lady Macbeth di Oldroyd perché dove non c’è umano non può esserci scandalo.

Sofia Santosuosso

Voto: 2/5

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