La tartaruga rossa

La tartaruga rossa (Michaël Dudok de Wit, 2016)

 La tartaruga rossa: non il solito Ghibli – di Francesca Fichera.

Un uomo, avvolto dal mare in tempesta, naufraga su un’isola. La esplora, si attrezza per sopravvivere, ma decide che non è abbastanza. Così costruisce una zattera per andarsene. Ma la tartaruga rossa glielo impedisce. Perché?

Questa la domanda che tira il filo dell’essenziale film di Michaël Dudok de Wit, nella cinquina dei lunghi animati candidati agli Oscar 2017. Una narrazione che definire scarna sarebbe, paradossalmente, riduttivo: l’opera dell’animatore olandese, lontana dagli standard per cui lo Studio Ghibli ha fatto il giro del mondo, è tanto priva di parole quanto di grandi avvenimenti.

C’è solo l’uomo, in senso stretto e lato, sullo sfondo di una natura epurata dalla sua presenza. Cieli tersi, spiagge sconfinate, foreste rigogliose: i limpidi paesaggi tratteggiati da de Wit riescono a comunicare alienazione e pace nello stesso tempo.

Su di loro l’umano diventa omino, piccola figura dagli occhi a spillo che inveisce – unico suono accanto a quello delle onde – contro ciò che non può controllare. E poi, fra un sogno in volo e l’altro, arriva lei: la tartaruga rossa.

La soluzione del mistero è il mistero stesso

Il fascino di questo racconto ermetico sta nella sua stessa struttura, evocativa e muta. L’assenza di linguaggio e di particolari articolazioni narrative fa da trucco per suscitare impazienza, spingere a chiedersi dove l’autore e animatore della storia voglia realmente andare a parare. Così tutti gli 80 minuti (stentati) di durata trascorrono senza sembrare né troppi né troppo pochi.

Una scelta di sinteticità tutto sommato prudente, visto il carattere fortemente simbolico della sceneggiatura di de Wit e Pascale Ferran. Per la quale, in ogni caso, quella regalata da La tartaruga rossa risulta essere un’esperienza di visione fuori dal comune, in cui anche il cinefilo più indefesso fatica a immergersi con convinzione.

Il tormento e l’estasi

Questo primo film Ghibli non-giapponese compie la coraggiosa impresa di un ritorno al premoderno, e proprio attraverso il medium della modernità per eccellenza: il cinema. Lo fa azzerando dialoghi e qualsiasi segno figurato dell’adattamento umano, compresa la rappresentazione della gerarchia fra specie.

Ma, soprattutto, utilizza una storia più simile a una parabola dagli echi biblici che a un’avventura gulliveriana. Quasi come se ci volesse mettere di fronte a un novello Adamo nel corso della sua ennesima cacciata dall’Eden. E mostrarci, nel frattempo, l’essenza del vivere, sulle note estatiche del Quartetto per archi no. 2 di Leos Janácek.

In un modo nonostante tutto appagante, e con un finale esemplare, da conservare per sempre.

 

4 pensieri su “La tartaruga rossa (Michaël Dudok de Wit, 2016)

  1. Visto già da tempo, incuriosito dal trailer e per la produzione dello studio Ghibli. Personalmente ho trovato ben fatto questo lungometraggio, un leggero difetto: la struttura un po’ ripetitiva, tuttavia l’ho trovato attinente alle tematiche del regista che già conoscevo per via dei suoi corti precedenti, visti su youtube. :)

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    1. Sì, attinente in tal caso e adeguata anche a uno dei messaggi nascosti nell’ermetica sceneggiatura. Un film molto raffinato, eccellente nel finale, ma la cui visione rappresenta a suo modo una sfida per lo spettatore medio.

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      1. Grazie della risposta, il finale é molto bello, consiglio di vedere, se non lo conosci, anche il corto “Father and Daughter” e molto bello anche il corto “The monk and the fish”, si trovano facilmente su youtube

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