L'ultimo dei Mohicani - CineFatti

L'ultimo dei Mohicani (Michael Mann, 1992)

L’ultimo dei Mohicani, il Mann extra-urbano – di Francesca Paciulli.

Cosa guardate? Chiede Cora, le guance arrossate e il respiro affannoso. Voi. Risponde Nathan. La figlia del generale britannico Munroe, solleva gli occhi e ricambia lo sguardo di Nathan Hawkeye e un momento che sembra durare una eternità ci racconta il nascere di un sentimento destinato a mutare le sorti di entrambi.

C’è più tensione erotica nel muto rimpallo di sguardi tra Daniel Day-Lewis, figlio adottivo bianco dell’indiano Chingachgook, e Madeleine Stowe, che in tutte e cinquanta le sfumature di E. L. James.

Il re dei pellerossa

È il 1992 quando Michael Mann si cimenta con il genere avventuroso, realizzando la sua versione per il grande schermo di un classico della letteratura americana di James Fenimore Cooper (remake de Il re dei pellerossa diretto negli anni Trenta da George B. Seitz), L’ultimo dei Mohicani, un fiammeggiante affresco d’avventura che mescola sapientemente azione e romanticismo.

Il Mohicano Nathan (Day-Lewis), di ritorno da una visita a una famiglia di amici coloni, salva da una imboscata degli indiani Uroni le figlie di un generale britannico e le scorta al fortino britannico. Qui però lui e suo fratello Uncas sono accusati di tradimento per collaborazionismo con i francesi e incarcerati. Neanche le sbarre riusciranno però a tenere lontana la fiera Cora (Stowe). E a spegnere la sete di sangue e vendetta di Magua, capo degli Uroni e alleato dei francesi.

Un Mann esemplare

L’ultimo dei Mohicani è un po’ la summa dell’estetica del cinema di Mann: un gusto unico dell’inquadratura capace di coniugare eleganza e ricerca formale. Prezioso il contributo del comparto tecnico, a cominciare da Dante Spinotti che con i suoi sontuosi tagli di luce accompagna i protagonisti tra foreste rigogliose – il film è ambientato in Nord America nel ‘700, durante la guerra coloniale dei sette anni – lungo fiumi imbizzarriti e impetuose cascate.

Parola alla musica

E poi c’è la musica di Randy Edelman e Trevor Jones, un elemento imprescindibile del film sin dalla sequenza dei titoli di testa: la caccia al cervo di Nathan e Uncas. Una musica avvolgente e potente che in più parti della pellicola prende – a ragione – il posto dei dialoghi. Come nella parte finale quando accompagna incalzante Nathan,  Chingachgook e Uncas lungo i crinali delle montagne alla ricerca delle figlie del generale  Munroe catturate da Magua.

Una potenza evocativa che trova uguali solo nello sguardo di Daniel Day-Lewis, una presenza magnetica la sua. Nel film recita con il volto e il corpo: il suo Occhio di Falco si muove con agilità e circospezione, i muscoli nervosi e scattanti, la fierezza e la diffidenza del suo sguardo pronta a stemperarsi in dolcezza con gli affetti e gli indifesi. L’ennesima prova da incorniciare.

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