Kung Fu Panda 3 - CineFatti

Kung Fu Panda 3 (Jennifer Yuh e Alessandro Carloni, 2016)

Kung Fu Panda 3: la recensione di Francesca Paciulli.

Po è uno di noi. Un adorabile geek, ingenuo e pasticcione. Un po’ come Charlie Brown e il suo reiterato senso di inadeguatezza. Solo che a differenza della tenera creatura di carta di Schulz, il panda di casa Dreamworks non pensa troppo ai suoi insuccessi. Meglio reagire con una grassa risata e una travolgente “entrata ad effetto” alla Jackie Chan. Il Guerriero Dragone – e i cinque cicloni Scimmia, Mantide, Tigre, Gru e Vipera – è tornato e questa volta riesce anche a risalire il suo “bambù genealogico”. La sua guida è niente di meno che il ritrovato padre biologico Li Shan, un panda come lui, solo più rotondo ma altrettanto maldestro e goloso.

La sequenza in cui palesa la sua identità nella tana del nemico (il ristorante del padre adottivo di Po) è una delle più divertenti di Kung Fu Panda 3. Tutti, ma proprio tutti, si accorgono che sono padre e figlio, tranne i diretti interessati. Bastano una chiacchierata e qualche marachella nel tempio del maestro Shifu per rivelare che i due hanno molto in comune, inclusa una smodata passione per i ravioli cinesi. E non passa molto tempo prima che Li Shan decida di invitare il figlio al villaggio dei panda – ebbene sì, ne esiste uno – ufficialmente per aiutarlo a riscoprire le sue origini e il Chi (l’energia), in realtà per proteggerlo da Kai, un feroce guerriero arrivato direttamente dal regno degli spiriti per rendere giustizia alla sua fama di sterminatore.

Al terzo episodio spesso il cinema di animazione inciampa. Non è il caso di Kung Fu Panda 3. Il film parte con brio con l’omaggio di Po al bambino-pescatore di sogni della Dreamworks, prosegue brillantemente con una suggestiva incursione nel villaggio dei panda (un variopinto universo di cuccioli rotolanti, panda golosi, danzatrici con nastro dagli occhi dolci, amabili panda dispensa-abbracci) e finisce in gloria, con un combattimento ultraterreno in puro stile wuxiapian.

Una piacevole commistione tra Oriente ed Occidente (grazie al tandem in regia: la coreana Jennifer Yuh Nelson e l’italiano Alessandro Carloni) che si esprime al massimo nella aggraziata resa stilistica di un film che è un po’ commedia, un po’ action asiatico. E che non perde mai di vista la storia, in questo terzo episodio piena di spunti gustosi, a cominciare dal tema della famiglia allargata. Po ha infatti due “papini”, come li definisce lui: l’oca protettiva che pur di seguirlo al villaggio si nasconde nel cestino del pranzo e il panda che gli insegna l’arte del rotolamento.

E poi ci sono deliziose gag – non all’eccesso ma efficaci -, spettacolari combattimenti, un cattivo ben caratterizzato (Kai e i suoi pugnali di giada rotanti) e un protagonista (con la voce di Fabio Volo e in originale del dirompente Jack Black) che diverte e si diverte. Po è un adorabile tontolone, cade e si rialza, viene assalito dalle avance di Mei Mei e quasi non se ne accorge, è una star suo malgrado, ma la spacconeria la riserva per quando deve arrivare primo al chiosco dei ravioli. Insomma, è il perfetto protagonista di una trascinante avventura iniziata nel 2008 con Kung Fu Panda, una pellicola che ha incassato a sorpresa oltre 600 milioni di dollari nel mondo, ottenendo anche una ambita candidatura all’Oscar come Miglior Film d’Animazione. La statuetta non è arrivata ma la saga del panda guerriero ha rilanciato la Dreamworks portandola a competere con l’inarrivabile – per ora – Pixar.

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