Field of Vision: Giornalismo artistico in pillole

di Fausto Vernazzani

L’inserto culturale della domenica del Corriere della Sera, La Lettura, ha sin dall’inizio incluso una pagina dedicata al data visualization, una nuova forma grafica per dare una struttura artistica ai dati statistici. Trattasi nient’altro che di un’evoluzione elaborata dei grafici conosciuti da noi tutti, ma i risultati riescono a essere spettacolari. Il dato facile sia fissato ben nella mente del lettore/osservatore, perché la bellezza colpisce sempre il centro del bersaglio. E la bellezza invade ora uno dei progetti giornalistici più interessanti degli ultimi anni, la testata The Intercept.

Nata in seno all’iniziativa First Look Media di Pierre Omidyar, fondatore di eBay, per un giornalismo investigativo libero in seguito alle rivelazioni del whistleblower Edward Snowden, The Intercept è capitanata dal giornalista Glenn Greenwald, l’attivista Jeremy Scahill e la documentarista Laura Poitras. Proprio di lei parleremo adesso, vincitrice del premio Oscar con Citizenfour, organizzatrice di un progetto all’interno di The Intercept – sono come scatole cinesi – col cinema a giocare la mano principale: Field of Vision, un esperimento di visual journalism collettivo.

Il cinema documentario a suo modo ha svolto spesso la funzione di mezzo di informazione, attraverso le sue immagini, belle o brutte che fossero, ha raccontato il mondo sotto ogni aspetto possibile e immaginabile. Sono state sviscerate organizzazioni religiose, esposti i dettagli più scabrosi di personaggi pubblici di ieri e di oggi, messe in scena vicende di tempi passati e vissute odissee contemporanee al solo scopo di portare agli spettatori una fetta dei nostri tempi. Field of Vision si propone di fare esattamente questo: raccontare il mondo, libero da ogni costrizione.

Innovativo, parola abusata di questi tempi, è il termine giusto: la Poitras, insieme ai due colleghi documentaristi A.J. Schnack e Charlotte Cook, co-producono, fornendo finanziamenti per il rimborso spese laddove fosse possibile, e si occupano di sviluppare e/o commissionare temi da affrontare, purché non sia mai dimenticato il lato artistico dell’opera. Citizenfour del resto non era solo una videocamera ferma in un angolo, anzi, osservava, esprimeva la propria personalità, trovava le parole di Snowden nelle architetture adiacenti, in angoli dove gli occhi normalmente vedono solo grigio.

I temi affrontati sono identici agli articoli della rivista, si parla di diritti per la comunità LGBT, la separazione tra ricchi e poveri, le condizioni di vita nei paesi mediorientali militarizzati dagli Stati Uniti d’America e così via, tutti caratterizzati dalla brevità: 15 minuti massimo, il tempo necessario per leggere un reportage si trasforma in visione. I sei documentari-cortometraggi permettono di esprimere già un giudizio sul progetto (nato lo scorso Settembre): promettente. La strada intrapresa ci aiuta a prevedere un futuro in cui Field of Vision si trasformerà in una palestra per il giornalismo visivo.

In breve, ecco i sei ad oggi disponibili.

God is an Artist, diretto da Dustin Guy Fea, è uno sguardo “arrossato” alla Detroit odierna, dove si discute di cosa possa essere l’arte: la risposta per loro è ribellione o incitamento a quest’ultima. Come le opere di Shepard Fairey, street artist denunciato dalla città per un suo gigantesco murales – il più grande dei suoi -, o una statua di bronzo di Satana voluta dalla chiesa satanista locale. Auto-ironia è la chiave principale per sminuire i toni, mentre il colore rosso fa da fil rouge per l’intera durata del corto, dando alle persone un colorito alieno.

Notes from the Border, diretto da Iva Radivojevic ha la censura al centro del discorso, pur essendo un corto sulla tragedia dei migranti in Europa. Le didascalie coprono le immagini cancellate per obbligo dalle forze dell’ordine ai confini dell’Europa, i volti dei fuggiaschi e dei viaggiatori occupano il restante spazio, trattando i vari aspetti del contrabbando di esseri umani, la situazione e le lotte per sopravvivere alla giornata anche in territori soltanto all’apparenza più sicuri della casa da loro lasciata alle spalle.

The Above, diretto da Kirsten Johnson ci porta a Kabul, capitale dell’Afghanistan, nei cui cieli staziona un Blimp, una sorta di dirigibile il cui scopo non è mai stato dichiarato dalle forze militari statunitensi lì dislocate. Quale sia il suo scopo, cosa significhi vivere con un oggetto sconosciuto sopra la propria testa, queste domande danno vita al miglior corto della selezione. The Above è paura allo stato puro, un punto di domanda sulle intenzioni di un governo che sperimenta in casa propria e con la vita di un popolo straniero. Molti credono il blimp veda tutto. Chissà se sia così o meno.

Birdie, diretto da Heloisa Passos è molte cose: povertà a Rio de Janeiro, la “fuga” dalla periferia verso la metropoli, la riabilitazione di un criminale e il suo reinserimento nella società. Il protagonista vive vendendo frutta e verdure al mercato, l’unico modo che ha per essere visibile alle persone è avere qualcosa da vendere e finché è così esiste. La Passos lo mostra però nella sua vera essenza, a guardar giocare i suoi cani sulla spiaggia, a chiedersi cosa debba fare un essere umano per essere considerato tale fino in fondo. La Rio di Birdie è una città piena di invisibili.

Karollyne, diretto da Heloisa Passos ci aiuta a tracciare le tematiche care alla regista: persone dimenticate dal sistema, vuoi per povertà oppure orientamento sessuale, come la protagonista che dà il titolo al suo secondo corto documentario. Stavolta siamo lontani dal traffico, con Karollyne e i suoi cani in un’abitazione diroccata, circondata da sostituti per i suoi desideri, oggetti e persone che chiunque dovrebbe poter ottenere. Ma come in Birdie, anche qui una profonda pace regna negli occhi di chi seguiamo, dandoci di che pensare su più fronti.

Peace in the Valley, diretto da Michael Palmieri e Donal Mosher è la storia della città di Eureka, nell’Arkansas, dove i cittadini sono chiamati a votare per i diritti degli LGBT. La particolarità di Eureka è la forte comunità cristiana, attorno a cui è organizzato ogni anno uno spettacolo, il Passion Play, la ricostruzione della passione di Cristo. Osservando il teatro all’aperto e il dietro le quinte della performance con Palmieri e Mosher comprendiamo la natura bigotta e dogmatica di Eureka, dove in ogni caso vincerà la voglia di combattere le discriminazioni.

Prossimamente vedremo la serie di corti diretti da Laura Poitras su Julian Assange, presentati il 27 Settembre al New York Film Festival, e un corto degli street artist arabi Heba Y. Amin, Caram Kapp e Don Karl, chiamati da Showtime per creare dei graffiti da utilizzare nel serial Homeland. Tutto fecero, men che stare alle regole dello show. Presto, grazie a Field of Vision, conosceremo il loro punto di vista con Homeland is not a Series. Il progetto speriamo cresca sempre più, aiutando così il documentario a trovare un nuovo collettivo mezzo per esprimersi.

 

 

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