Io, io, io... e gli altri

Io, io, io… e gli altri (Alessandro Blasetti, 1966)

Io, io, io… e gli altri: l’egoismo all’italiana.

Alessandro Blasetti è uno dei nomi più decisivi eppure oggi dimenticati del cinema italiano.

Da vero creativo e innovatore è stato il primo italiano in molti ambiti: primo film sonoro (Resurrectio, 1930) primo film a colori (Caccia alla volpe nella campagna romana, 1938), primo film con scene di nudo (La corona di ferro &  La cena delle beffe, 1941), primo film con la coppia di divi Sophia Loren/Marcello Mastroianni  (Peccato che sia una canaglia, 1954), tra i primi a rompere con la tradizione indicando i prolegomeni del neorealismo (Quattro passi tra le nuvole, 1942) e a lanciarsi dal cinema alla tv e ai reportage (Europa della notte, 1958), oltre all’aver rilanciato Vittorio De Sica e lanciato del tutto Pietro Germi.

Ennesimo italiano del XX secolo ad esser stato in sequenza ultrafascista, fascista moderato, epurato, antifascista moderato e riabilitato.

Eppure un solo David a coronare, al di là dei premi alla carriera, la sua arte di regista per un singolo film, che vincerà solo nel 1966 col suo testamento spirituale e terz’ultimo film Io, io, io… e gli altri, che vanta la recitazione e talvolta piccole partecipazioni della crema dei protagonisti e dei caratteristi del cinema italiano di quegli anni: Marcello Mastroianni, Gina Lollobrigida, De Sica, Nino Manfredi (nella clip), Walter Chiari, Silvana Mangano, Elisa Cegani, Caterina Boratto, Vittorio Caprioli, Franca Valeri, Sylva Koscina, Paolo Panelli, Salvo Randone.

La trama, per quel che è possibile delineare in un film così poco programmatico: un noto scrittore/giornalista italiano (Sandro, interpretato da un lunatico Walter Chiari) è alle prese con una nuova inchiesta da cui si aspetta molto e che eppure diffida a approfondire per la contiguità con il vizio sotto esame, un’inchiesta sull’egoismo.

Inizialmente il film è un vivace e atipico docufiction, basato su un montaggio schizogeno (che forma i personaggi per scissione e distanziamento dalla trama che li comprende), presentandoceli in rassegna: sono bizzarri, generosi, appiccicosi, superbi che coi loro atti opposti testimoniano un’unica tensione: l’attaccamento feroce alla vita, di fatti inizialmente i personaggi altro non sono che emblemi atti a confortare la sua posizione molto critica sull’egoismo.

Su tutti la bella moglie Titta (Gina Lollobrigida) che civetta, assoggetta il marito alle sue volontà e ne è intellettualmente agli antipodi senza averne consapevolezza alcuna, e il commendator Trepossi (Vittorio De Sica) impenitente narciso, amico dei potenti e giunto all’ultimo stadio involutivo dell’egoismo all’italiana.

Sono sequenze ironiche, a volte letteralmente comiche, che però gettano un’aura sempre più amara intorno al film per la prospettiva del protagonista come un naufrago tra le vicende mostrate, gettato in un mare che lo porta sempre più vicino alla Fossa delle Marianne della sua coscienza.

Ed è proprio in prossimità di questa che il montaggio si quieta ed inizia la commedia sulla vita interiore di Sandro, attraverso la morte di Peppino Marassi (Marcello Mastroianni) – l’innocuo e generosissimo amico che si innamora di tutto ciò che in sé gli appaia come un sentimento disinteressato  – che scuote come una mareggiata la sua vicenda e la sua percezione dell’egoismo spostandolo dalla posizione di osservatore a quella di prima visione, ribaltando i termini con cui era iniziata l’inchiesta e il film.

Inizia così il suo percorso di autocoscienza rappezzata a suon di auto-inganni funzionali ma non priva di ironia e autocritica, che troverà il suo epilogo e principio nell’amore romantico per  Silvia (Silvia Mangano), una donna semplice lanciata proprio da Sandro nel mondo dello spettacolo e che il successo imprigionerà nel ruolo di femme fatale che le è straniero e dolente, volgendo l’opera in riflessione sull’uomo e l’impossibilità di rivivere il passato per migliorarlo e migliorarsi.

Succede tutto nel corso di tre giorni di lavoro, in cui l’accusa muta in confessione, in cui tre diverse tipologie filmiche si avvicendano e le circostanze sono l’eco costante di rimorsi e rimpianti, bei ricordi andati e mai del tutto approdati come avremmo voluto. Blasetti sembra dirci, parafrasando una celebre frase di Gaber su Berlusconi: “non temo l’egoismo in sé, temo l’egoismo in me”.

E aveva ragione, tanto che nel film sono rintracciabili quegli elementi tipici di certo renzismo contemporaneo, quel tendere all’altro solo nei termini e nei tempi dei vantaggi materiali che questa relazione ci offre, un capitalismo delle relazioni umane e che cerca l’Utile anche nell’Altro.

Il film è un’opera fuori dagli schemi, un coacervo di invenzioni che rompono un approccio lineare col filone della commedia entro cui s’inserisce, con un piede nel grottesco e la tensione del dramma;  acuto al limite dell’imperscrutabile nelle intenzioni ma non negli esiti, si presenta come una lunga serie di scene satiriche che,  inizialmente sconnesse, paiono dotarsi del registro del mockumentary (per non perdere il vizio di anticipare le tendenze future del cinema di massa da parte di Blasetti) e poi tendono invece all’unico disegno nell’idea del regista passando dalla commedia al dramma, come per il grande cinema oltre qualsiasi categoria critica.

Un’opera inclassificabile, sceneggiata a più mani e girata ed eseguita da altri personaggi inclassificabili come Blasetti e Walter Chiari – che qui si consacra come attore drammatico, pur nei toni da commedia in cui danzava e qui sta la grandezza della sua prova – un  film amaro sull’incapacità di amare l’amore e al contempo una commedia sulla crisi dell’uomo moderno e un documentario sui prodromi dell’egoismo, con sequenze e personaggi indimenticabili e così attuale nel montaggio e nel messaggio da rendere imbarazzante il silenzio che vi è calato attorno visto una tematica- l’individualismo – che a distanza di cinquant’anni è letteralmente esplosa, rendendoci tutti prossimi inconsapevoli alla condizione iniziale di Sandro ma senza più l’intenzione di indagarla e cambiarla.

Luca Buonaguidi

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