L'uomo venuto dal Cremlino - CineFatti

L'uomo venuto dal Cremlino (Michael Anderson, 1968)

Un papa dall’est in cerca di pace e lontano dall’atomica

È il 1968 tra le poltrone dei cinema, negli anni Ottanta sotto le nevi della Siberia di un campo di lavoro dove Kiril, un tempo arcivescovo ucraino, sconta la sua condanna per motivi ideologici da oltre 20 anni. Un futuro prossimo con le paura del presente che fu quasi 50 anni fa: la Guerra Fredda è vicina, ma il pericolo più grande non arriva dalla Russia, né dagli Stati Uniti, ma dalla Repubblica Popolare Cinese, devastata da una potente carestia e sempre più intenzionata a rifarsi delle ingiustizie subite durante la Seconda Guerra Mondiale con un attacco nucleare sul resto del mondo.

Per qualche motivo non meglio spiegato dal regista Michael Anderson e dai suoi sceneggiatori James Kennaway e John Patrick, la soluzione la vede il nuovo leader russo – una piccola parte per Sir Laurence Olivier -, lì, a sudare tra i ghiacci di un gulag: è Kiril, inviato a Roma per indossare nuovamente gli abiti ecclesiastici. A Roma Kiril incontrerà il Papa e per le sue sofferenze sarà presto eletto Cardinale, finché le circostanze non lo portano ancora più in alto all’interno della Santa Chiesa Romana. Lui, uomo umile e fedele ai precetti cristiani, potrebbe impedire l’imminente guerra.

L’uomo venuto dal Cremlino lo abbiamo intitolato noi italiani, conferendo al film di Anderson una chiave di lettura orientata verso lo spy movie, anziché il dramma “futuristico” qual è realmente: un futuro alternativo in cui la Chiesa, supportata da uno stato non propriamente cattolico, cercherà di portare ordine e pace in un mondo che ha rigettato la parola di Dio e le sue sacre scritture. Sì, L’uomo venuto dal Cremlino (The Shoes of the Fisherman in originale, ovvero le scarpe del pescatore, in riferimento al mestiere di San Pietro, fondatore della Chiesa) trabocca di difetti.

Impossibile non notare le piccole sottotrame scritte e abbandonate nella prima metà del film, comunque lungo oltre 160 minuti, né la poca chiarezza dietro i principali sconvolgimenti narrativi che coinvolgono il principale protagonista. Né si può dire Anderson sia riuscito in qualche modo a sopperire alle mancanze di Kennaway e Patrick, adattatori del romanzo di Morris West, tuttavia, avendo così tanto tempo a disposizione, si può scegliere di concentrare la propria attenzione sull’elemento in primo piano: lo studio del personaggio di Kiril, un Anthony Quinn spaventoso.

Non siamo ai livelli de La strada, il capolavoro di Fellini è oltre l’epocale, uno dei più bei film di sempre, ma Anthony Quinn è un attore dal carisma impareggiabile, che nella storia troviamo riprodotto in poche altre star come Robert Mitchum, Marcello Mastroianni, Marlon Brando e via discorrendo: corpi nati per esprimersi davanti a una macchina da presa. L’uomo venuto dal Cremlino è un puro semplice studio d’un personaggio, un test, il desiderio di portare sul grande schermo anima e corpo di un essere umano fino a renderlo reale, tangibile, a mangiare pop-corn affianco a noi.

In quasi tre ore nulla resta allo scoperto, un mattone alla volta lo spettatore riesce a costruire pezzo per pezzo la figura di Papa Kiril, persino le piccole sottotrame sedotte e abbandonate riescono a trovare una loro funzione quando s’incrociano con il principale canovaccio. I dialoghi tra Kiril/Quinn e il gesuita Telemond/Oskar Werner restituiscono al pubblico la sensazione di assistere alla sincera verità, le sensazioni dei personaggi e l’alchimia è palpabile. Se solo la regia fosse stata capace di incidere nella roccia tanta bravura con il ritmo e le immagini giuste, saremmo di fronte a un capolavoro.

Così, purtroppo, non è, e nonostante non ci troviamo di fronte al miglior film di Anderson, L’uomo venuto dal Cremlino offre grandi ricompense agli spettatori che sapranno scegliere la strada giusta per seguirlo, limitando gli spazi all’uomo anziché ai grandi sistemi politico-militari che governarono il pianeta decenni fa. Un po’ come la Chiesa di Papa Kiril, impostata sul singolo, sui poveri e gli affamati, anziché la propria istituzione: un ritorno al piccolo mettendo da parte il grande. Paragonando il film alla realtà, è facile capire perché in molti lo definiscono un film di fantascienza.

Fausto Vernazzani

Voto: 3.5/5

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