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Via dalla pazza folla (Thomas Vinterberg, 2015)

di Victor Musetti.

Possibile che l’arrivista Thomas Vinterberg, dopo tutto il successo e le lodi piovutegli addosso per l’ultimo suo meraviglioso per quanto agghiacciante film Il sospetto, non abbia alcuna considerazione nei confronti del proprio pubblico (o forse neanche la coscienza di averne effettivamente uno)? Certo, bisogna dire che questo suo ultimo impersonalissimo sforzo, Via dalla pazza folla (Far From the Madding Crowd), adattamento dell’omonimo romanzo di Thomas Hardy (datato 1874), sia per lui un biglietto da visita mica da poco all’interno dell’industria hollywoodiana. Ma perché lasciarsi sfuggire l’opportunità di cavalcare l’onda del successo per portare alla luce un altro pezzo del suo cinema così controverso e controcorrente?

Melodramma ottocentesco, indirizzato principalmente ad un pubblico femminile in età avanzata, Via dalla pazza folla è infatti quanto di più lontano dal cinema di Vinterberg si possa immaginare. Batsheba Everdenne è una giovane ereditiera di una grande fattoria, Gabriel Oak, giovane pastore da sempre innamorato di lei, è costretto a farsi assumere da lei dopo che ha perso il suo intero gregge in un incidente. Nel frattempo però Batsheba deve far fronte alle richieste di due pretendenti, da una parte il ricco e solitario proprietario terriero William Boldwood, dall’altra l’affascinante sergente Frank Troy.

L’idea che un autore affermato come Vinterberg non abbia consapevolezza di avere un proprio seguito è alquanto bizzarra. Perché infatti trascinare il proprio pubblico al cinema a vedere un film del genere se non per perderlo definivamente? Bisogna dire fin da subito che Via dalla pazza folla, contestualizzato nel suo genere e nella fascia di pubblico a cui è indirizzato, è un ottimo film, sicuramente superiore alla media di prodotti di questo tipo. Non solo infatti Vinterberg conferma il suo incredibile talento nel dirigere gli attori, ma soprattutto Charlotte Bruus Christensen, sua collaboratrice di lunga data, conferisce al film un’estetica di incredibile spessore fotografandolo in larga parte con l’utilizzo di luci naturali e regalando una serie di incredibili immagini (su tutte la sequenza del gregge sul dirupo) che non possono non alzare il valore di fondo di tutta l’operazione.

Per il resto Carey Mulligan è quasi perfetta, Michael Sheen sprecato per la propria bravura ma comunque in grado di regalare grandi momenti, mentre Matthias Schoenaerts, unico attore non anglofono, pure lui agli esordi in una grande produzione come questa (belga di origine, è conosciuto soprattutto per il suo esordio in Bullhead e per Un sapore di ruggine e ossa), si conferma per essere uno dei nuovi e migliori volti del cinema internazionale. Detto questo non si puo’ nascondere il fatto che del film in futuro non resterà niente, perché per quanto sia formalmente perfetto non vi è alcuna volontà di rompere gli schemi, di scuotere le coscienze o di porre l’attenzione su una tematica controversa. Insomma, il grande cinema continua a stare da un’altra parte.

Via dalla pazza folla è tutto fuorché il genere di film che un appassionato del regista danese vorrebbe vedere. La possiamo vedere come una grande opportunità per ottenere spazi e garanzie finanziarie che gli permettano di riprendere presto il discorso lasciato in sospeso dopo il suo ultimo incredibile film. Insomma, il consiglio di vedere Via dalla pazza folla può andare solo a chi considera Orgoglio e Pregiudizio una storia appassionante e Festen un film inguardabile. Nel caso contrario però restiamo in attesa di Kollektivet, l’annunciato vero ritorno del Thomas Vinterberg che da tempo abbiamo imparato ad amare.

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