Il ragazzo invisibile (Gabriele Salvatores, 2014)

di Fausto Vernazzani.

La campagna marketing ha cercato di far passare Il ragazzo invisibile come il primo supereroe italiano, in alcuni casi ci sono state persone che si sono allargate persino all’intera area europea. Inutile dire che si tratta di un’esagerazione, ma saremo tutti discolpati se non ci ricordiamo de L’uomo puma o di Poliziotto superpiù (con tutto che vogliamo bene a Terence Hill) e per questo possiamo perdonarlo. Per tante altre cose no, ma il coraggio di Gabriele Salvatores e dei produttori, tra cui figura il guru Nicola Giuliano, nessuno lo può negar e solo per questo si meritano un punto in più.

Michele Silenzi/Ludovico Girardello è il classico ragazzino timido, con la madre Giovanna/Valeria Golino molto presente al comando dei carabinieri e meno in casa, un padre morto in azione da lungo tempo e i due bulli della scuola a prenderlo letteralmente di mira col fucile da paintball. Come tutti i ragazzini della sua età vorrebbe solo vivere una vita normale, fuggire dagli sguardi malevoli dei propri coetanei, scappare via, in due parole, diventare invisibile. Con sua somma sorpresa l’invisibilità gli piomba addosso per davvero, in quegli stessi giorni in cui i suoi compagni iniziano a svanire.

All’inizio si comporta da ciò che è, un ragazzino, e non fa altro che sfruttare il potere per i propri comodi: vendicarsi sui due bulli (Riccardo Gasparini ed Enea Barozzi, entrambi con un’interpretazione che fa molta tenerezza) e… giacché gli ormoni iniziano a farsi sentire, perché non andare nello spogliatoio femminile dove c’è anche la donna dei suoi sogni, Stella/Noa Zatta? Ben presto arrivano i guai e l’influenza dei “grandi” li colpisce tutti, spingendo Michele a fare i conti col proprio passato, con la propria personalità e i desideri più profondi. Questa è la superficie. Sotto la maschera c’è un film italiano come tanti: moralista, buonista, una notizia da ultimi dieci minuti del TG2.

Il ragazzo invisibile

Salvatores non è mai stato un funambolo della regia cinematografica – sul teatro purtroppo non abbiamo esperienza e casomai qualcuno l’avesse saremmo curiosi di sentirne parlare -, da Mediterraneo a oggi ha sempre cercato di farsi veicolare dalla storia e solo in pochi casi è sopravvissuto uscendone con le dita strette attorno a un racconto emozionante. Era il lontano caso di Denti e di Amnesia , oggi ci resta solo un Fabrizio Bentivoglio in stato catatonico davanti alla macchina da presa; poco ci manca che gli esca il rivolo di bava dalla bocca. Sul serio, dopo tre secondi in cui fissa il vuoto con sguardo perso non sarebbe il caso di fare uno stacco di montaggio?

Il ragazzo invisibile è un supereroe per bambini – persino la sessualità è mirata ai ragazzini in preda a mutazioni ormonali e acuti attacchi di acne -, un po’ ingenuo, il classico a cui è dato di imparare che il bullo è tale perché il suo papà è cattivo, che l’arma migliore è essere loro amico. Un superficiale sguardo sulla tematica del bullismo (dovrebbero mettere il disclaimer non provate a farlo a casa, altrimenti qualche mascella volerà), limitata al solo “tanto è colpa di mamma e papà” e dobbiamo capirli – mentre ci bastonano coi raggi della bicicletta -, prendere in giro anche i bambini ciccioni perché sono così buffi quando sanno che è impossibile fare la radice quadrata di un numero primo.

Passando da un cliché all’altro Salvatores si lascia andare all’italianità, il male più grande, lo stereotipo che si annida dentro l’armadio, che vive sotto i nostri letti e infesta i sogni di ogni cittadino della penisola. Ed è un peccato, davvero, per una volta che in Italia esce un film di fantascienza – lo è, inutile che fate voi detrattori del genere – dal budget elevato speravamo in qualcosa di più, non un capolavoro, non un grande film, ma una pellicola che sapesse affrontare un tema ben curato oltreocèano. Chissà se la cosa non migliori con un sequel, il finale sembra proprio lasciar pensare che ci sarà. A volte le origin story son più deludenti della loro evoluzione…

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