God Save My Shoes

God Save My Shoes (Julie Benasra, 2011)

Scarpe: amore o mania? Ce lo spiega il documentario God Save My Shoes.

Una giovane bellezza bionda, capelli raccolti e abito lungo. Corre a perdifiato lungo la scala di un castello e perde la scarpetta. Di cristallo. Una stilosa giornalista del West Village newyorkese incontra le amiche per un aperitivo: riccioli spettinati ad arte e imprescindibile tacco dodici sfoggiato ad ogni occasione, notti infuocate incluse.  In principio fu Cenerentola, fanciulla vessata da matrigna e sorellastre pronta a cambiare vita e domicilio grazie a un accessorio. Di cristallo.

Poi, anni (per non dire secoli) dopo, arriva il ciclone Sex and the City e l’icona di stile Carrie Bradshaw-Sarah Jessica Parker con la sua ossessione amorosa per le Manolo Blanick e Mr. Big, esattamente in questo ordine. E voi da che parte state? Dalla parte della romantica-calcolatrice creata da Perrault e consacrata dalla Disney, o da quella della sexy e pragmatica giornalista di Manhattan?

Sembra chiederselo il gustoso documentario God save my shoes scritto e diretto da Julie Benasra, una vera e propria inchiesta sul duraturo rapporto che lega ogni donna alle sue scarpe.

Benasra, alle spalle una lunga carriera nel giornalismo e da assistente sul set di docu-film musicali, indaga in particolare il punto di vista sociologico di una liason che parte da molto lontano e che ha trasformato un semplice accessorio in oggetto di culto. È una voce narrante a guidarci attraverso le città più glamour, da New York a Los Angeles, da Parigi a Milano e Firenze, alla scoperta di gusti, passioni, ossessioni, di produttori e designer di fama mondiale (Manolo Blanick, Pierre Hardy, Christian Louboutin, Ferragamo, Walter Steiger), collezionisti, storici della moda e celebs (Dita Von Teese, Kelly Rowland, Fergie, per fare solo qualche esempio).

Ad accomunare tutti gli intervistati è una sfrenata passione per lo stiletto, trasformatosi in pochi anni in un simbolo di femminilità consapevole e di indipendenza. Un’evoluzione che inizia agli albori del ventesimo secolo.

«Pensiamo alle donne all’inizio del ventesimo secolo – svelano in una delle interviste Valerie Steele, curatore del Fashion Institute of Technology di New York ed Elizabeth Semmelhack, curatore del Bata Shoe Museum -. Portavano gonne molto lunghe. Solo dopo la prima Guerra Mondiale gli orli iniziano a salire e a svelare le scarpe. Le prime a mostrarle furono le flatters, che sbandieravano la loro indipendenza proprio mostrando le caviglie».

È però solo dopo la fine della seconda guerra mondiale che il tacco a spillo inizia a imporsi negli armadi di tutte le donne, non solo delle pin up. La nuova cultura mira a rendere erotico il ruolo femminile e incoraggia ogni donna a indossare i tacchi.

Un aspetto frivolo che viene promosso attraverso i media, anche grazie all’aiuto di Hollywood e delle sue sfolgoranti bellezze: dalla burrosa Marilyn Monroe (potreste mai immaginarvela sulla grata del metrò in ballerine?) all’atomica Jayne Mansfield. E arriviamo agli anni Cinquanta e all’ingresso nelle camerette di tutte le bambine di Barbie: l’unica donna perennemente in punta di piedi, in equilibrio su tacchi immaginari.

Il documentario procede dinamico e appassionante con una godibile infilata di confessioni, tutte molto divertenti: l’autrice Marie Lou Quinlan rivela di custodire nella scrivania dell’ufficio almeno cinque paia di scarpe (ballerine da combattimento, zoccoli in plastica, decolletè).

La giocatrice di poker Beth Shak ammette serafica di avere oltre mille scarpe contenute a stento da tre armadi. Fergie dice di adorare i tacchi – anche perché suo marito è molto alto e come farebbe, altrimenti, a baciarlo? La drag queen Shaqueda Hall definisce i tacchi un prolungamento delle gambe.

Poi ci sono le donne comuni intervistate per le strade di New York e Parigi e le loro dichiarazioni di affetto non si discostano poi tanto da quelle delle dive: le scarpe sono come caramelle.

Magiche, seducenti, misteriose, gli aggettivi si sprecano. Ogni donna ha la sua personale tesi sul perché una passione possa tramutare un oggetto di artigianato in status symbol. Ci pensa un uomo a riportarci alla realtà: Monsieur Pierre Hardy, designer parigino che vanta collaborazioni con Dior, Balenciaga e Hermes. «La scarpa – ammette sornione – non è magia è solo una illusione. È giocare con la fantasia attraverso un piccolo oggetto».

Carrie, dobbiamo credergli?

 Francesca Paciulli

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